S T U D I I ŞI A R T I C O L E
INFLUSSO DELL'ARCHITETTURA CISTERCENSE SULL'EDILIZIA NON-APPARTENENTE ALL'ORDINE. IL CASO ITALIANO
Veronica Turcuş
Il ruolo degli «ateliers», coinvolti nei cantieri cistercensi, nella costruzione di edifici non-appartenenti all'Ordine è un problema direttamente collegato alla partecipazione di maestranze laiche all'attività edilizia dell'Ordine ed alla possibilità dei conversi o monaci-architetti e tagliapietra di lavorare in cantieri non-cistercensi. Il dato che il cantiere cistercense era un ambito artistico aperto, non solo dal punto di vista del contributo alla realizzazione di altre opere architettoniche, ma anche dal punto di vista dell'accoglienza di maestranze laiche sul cantiere del monastero, spiega l'influsso dell'architettura dell'Ordine sugli edifici della regione circostante. Malgrado gli interdetti della legislazione dell'Ordine (il Capitolo Generale del 1157 proibiva agli «artifices» del monastero di lavorare ad opere secolari[1]), nell'intera Europa cistercense si ritrovano tanti esempi della partecipazione dei monaci e conversi dell'Ordine alla costruzione delle cattedrali e chiese parrocchiali, all'edificazione di ospedali, ponti, acquedotti oppure fortezze.
Suggestivo rimane il caso italiano, dove è documentata la partecipazione cistercense sui cantieri federiciani. La cronaca dell'abbazia Santa Maria di Ferraria testimonia che nel 1224 l'imperatore Federico II aveva il permesso del pontefice di servirsi di tutti i monasteri cistercensi del suo reame per le imprese architettoniche imperiali, mandando là i conversi specializzati nell'arte della costruzione[2]. A partire da questo brano, noto e citatissimo, un'intera letteratura specialistica si occupò degli influssi cistercensi sull'architettura federiciana nell'area italiana. La planimetria e la decorazione scultorea dei castelli costruiti, impostati o almeno progettati nel quarto decennio del Duecento (nei dieci anni successivi al ritorno dell'imperatore dalla crociata), e si tratta in particolare di Castel del Monte (Puglia), castello Ursino di Catania e castello Maniace a Siracusa[3], fu letta come prodotto del chiaro influsso cistercense borgognone, mediato dalle abbazie italiane Fossanova, San Galgano o S. Maria di Ripalta. Rispetto alle precedenti opinioni che proponevano modelli orientali per l'architettura civile federiciana (i castra siriaci oppure i qasr di califfi omàyyadi)[4], influsso argomentato dalla recente spedizione crociata che avrebbe potuto offrire l'occasione di prendere il modello, un'intera corrente storiografica decise a favore dell'influenza cistercense[5]. Difatti, queste conclusioni furono determinate da un'intera serie di rapporti tra l'Ordine cistercense e Federico II, il cui risultato fu il sopracitato passo della cronaca di S. Maria di Ferrara. Gli innumerevoli benefici concessi da Federico II ad abbazie dell'Ordine, i soggiorni dell'imperatore a Casamari, il cui abate Giovanni V fu cancelliere imperiale oppure l'attestazione documentaria del Domnus Bisancius cistercense, direttore dei lavori della Porta di Capua sono altri esempi dello speciale e privilegiato rapporto tra l'imperatore ed i cistercensi[6]. Sotto il segno del modello ritrovato in Italia ai tempi di Federico II si possono mettere le parentele artistiche tra il duomo di Bamberga e la vicina abbazia cistercense di Ebrach (sembra che un'officina proveniente da Ebrach ebbe un ruolo importante nella costruzione delle volte della cattedrale di Bamberga)[7]. Difatti, l'impiego delle maestranze che funzionarono sui cantieri cistercensi anche nella costruzione degli edifici esterni all'Ordine menzionati spiegherebbe le interessanti conclusioni che risultano dalle ricerche degli anni '20-'30 del Novecento, di raccolta e classificazione dei segni lapidari di Lucera e dei castelli di Sicilia[8]. Marche di scalpellini, questi segni possono riferirsi a maestranze di provenienza cistercense più che ai gruppi di lavoro la cui tradizione si perpetua attraverso le generazioni successive. In questo contesto, la coincidenza tra alcuni dei segni più recenti riscontrati ad Eberbach e ad Hauterive[9] e un certo numero di quelli del complesso federiciano acquisterebbe qualche senso. Un certo influsso cistercense sull'architettura comunale italiana si ritrova nella tipologia delle porte urbiche milanesi (progettate secondo modelli cistercensi-bernardini, alla fine del XII secolo), e le conclusioni rimandano immediatamente ai monasteri cistercensi vicini, in particolare a Chiaravalle Milanese[10]. D'altra parte, influssi cistercensi sono ricercati nella tipologia di un'altro edificio cittadino, il Broletto, specifico per l'ambito comunale lombardo (sono messi in discussione i palazzi comunali di Pavia, Brescia e Novarra)[11]. Se nel caso del palazzo comunale di Priverno (in cantiere dalla seconda metà del XII secolo)[12] sembra che l'influsso dell'architettura cistercense fu il diretto risultato della partecipazione delle maestranze locali (i mastri lapicidi privernati)[13] alla costruzione della vicina abbazia cistercense di Fossanova[14], nel caso del palazzo del Comune di Genova furono i monaci del monastero S. Andrea di Sestri a prendere parte attiva al lavoro nel rispettivo cantiere comunale. In un'iscrizione del 1260 sono ricordati, per la fabbrica del palazzo del comune genovese, tanto il committente (Guglielmo Boccanegra, Capitano del popolo di Genova, il più illustre rappresentante del nuovo potere cittadino) quanto l'artefice, il frate Oliverio[15]. Dal monaco si hanno notizie anche da altri quattro documenti, redatti tra il 1257 ed il 1260 (generalmente rogiti stipulati sia in «palacio Communis qui fit in Ripa» sia vicino alla chiesa di S. Marco al Molo) ed uno di questi atti certifica chiaramente la provenienza del frate Oliverio dal monastero cistercense di S. Andrea «de Sexto»[16], cioè l'abbazia di Sestri Ponente, nel suburbio di dai terreni materiali per costruzioni, sono tutti stipulati dal «frater» Oliverio come «minister et operarius operis portus et moduli civitatis Ianue»), cioè amministratore e soprintendente-architetto dell'istituto che si occupa dell'edificazione del molo e della manutenzione del porto. Prima di tutto, il fatto che un Genova[17], I rispettivi documenti, attestati di acquisti o donazioni di terre oppure contratti per estrarre monaco cistercense è a capo di un'impresa che necessitava una buona conoscenza delle tecniche idrauliche (la costruzione del molo e la cura del porto) è in accordo con la tradizione dell'Ordine nel campo della dinamica delle acque. Di più, un grande numero di casi europei dimostrano la speciale attenzione accordata dai cistercensi alla sistemazione idraulica del sito dell'abbazia e, assai spesso, della regione circostante. La deviazione di un filo d'acqua dal fiume più vicino al monastero, per portarlo all'interno del chiostro, la presenza della fontana davanti al refettorio o la costruzione di edifici particolarmente collegati all'acqua corrente, come la cucina o le latrine, sono costanti della progettazione di ogni abbazia cistercense. Le conoscenze dei cistercensi in questo dominio sono state sfruttate assai frequente dall'ambiente ecclesiastico o laico d'al di fuori dell'Ordine, in perfetto accordo con la tendenza trasformatrice del paesaggio che ebbero i monaci bianchi sin dagli inizi della loro vicenda europea.
Secondo, si deve notare che il «frater» Oliverio è designato sia «minister» sia «operarius» del rispettivo istituto. Anche se il vocabolo «operarius» si può interpretare come «individuo che fa parte di una amministrazione di un corpo morale», senza la particolare qualifica di ingegnere-architetto[18], il fatto che nei documenti si aggiunge a questa designazione anche quella di «minister» fa supporre che, in questo caso, il termine di «operarius» comprende o sottintende anche la qualità di «maître d'oeuvre» conoscitore di tecniche idrauliche ed architettoniche[19]. Certo che questo risulta per il molo e porto, ma le stesse qualità del «frater» Oliverio sembrano di trasparire dalla sopraricordata iscrizione del 1260. Difatti in versi, l'epigrafe dal palazzo del comune esalta le doti straordinarie, addirittura «divine» («fr(ater) Oliver(ius) vir me(n)tis acu(m)i(n)e) del monaco cistercense, celebrandolo assieme al committente, ciò che accadeva di solito nelle iscrizioni recate da un'opera d'arte ed riferibili all'artista ed al suo committente[20]. A parte dei dati dei documenti, recenti ricerche hanno desunto nell'architettura del palazzo comunale di Genova (purtroppo assai modificata da successive addizioni e restauri), in particolare nelle proporzioni della facciata est (restaurata alla fine dell'Ottocento nel rigoroso rispetto delle tracce originarie e che presenta un portico ad archi acuti al primo livello e quadrifore e trifore al secondo ed al terzo), indici degli schemi modulari deducibili dalle analisi metriche dei complessi monastici cistercensi[21]. Nello stesso tempo, il dato che il «palatium Communis» di Genova è di fatto costruito sul mare, su una piattaforma alla foce di un rivo (il «conductus magnus Susiliae») e presenta ambienti sotterranei a livello del mare (coperti da volte a botte ed utilizzati successivamente come prigioni), rimane testimone di una particolare tecnica costruttiva, in rapporto diretto con il mare e la foce di un corso d'acqua ed in chiaro legame con i sotterranei tipici di molte strutture produttive cistercensi[22]. D'altra parte si deve ricordare che le fonti attestano per il 1270 un altro monaco di S. Andrea de Sestri, Filippo, che stipula un accordo «nomine et vice Communis Ianue» con la carica di «operarius moduli Ianue»[23]. Di conseguenza, si può notare per Genova un già tradizionale impiego di maestranze cistercensi in imprese di carattere idraulico. Interessante che il «frater» Filippo viene menzionato nei documenti solo come «operarius» e nonanche come «minister», cosa valevole anche per il seguente «operarius moduli», Marino Boccanegra, fratello di Guglielmo, ricordato per l'anno 1283. D'altra parte, Marino Boccanegra, citato dalle fonti solo come «operarius», fu un valente architetto che costruě, oltre al molo, il «pons lignorum» per lo sbarco del legname presso il palazzo eretto da Oliverio, la darsena, un acquedotto ed un nuovo edificio del Comune presso S. Lorenzo[24]. Di conseguenza, una simile qualifica si può supporre anche per «frater» Oliverio.
Nello stesso contesto dello scambio di maestranze tra l'abbazia cistercense S. Andrea di Sestri e la città di Genova si potrebbero inserire le forti somiglianze tra la torre trecentesca del monastero e quelle della coeva cinta urbana di Genova (edificata negli anni 1320-52)[25].
Ben documentato rimane anche il rapporto tra i cistercensi di San Galgano e la città di Siena nel Duecento. Da San Galgano venirono fra Melano[26] e fra Vernaccio, che lavorarono negli anni 1259-68 nel cantiere della cattedrale e dell'ospedale Santa Maria della Scala di Siena. Sempre da San Galgano venirono gli idraulici che ebbero, nel XIII secolo, il loro contributo nella costruzione di acquedotti nella regione toscana e che furono invitati dalla municipalità di Siena a trovare una soluzione per l'impianto nella città di un sistema che portasse acqua dal fiume Mersa[27].
Recenti ricerche hanno altrettanto dimostrato che l'abbazia cistercense S. Maria di Rivalta Scrivia (fondata da Lucedio intorno all'anno 1169 nella diocesi di Tortona) fu all'origine della costruzione e della manutenzione di una rete di acquedotti, alcuni dei quali su committenza del Comune di Tortona[28]. Difatti, sembra che a Rivalta Scrivia esisteva nel Duecento un nucleo monastico di specialisti in ingegneria idraulica che ricevevano commesse anche dall'esterno dell'Ordine, certe volte compiute pure dai conversi delle grange[29]. D'altra parte, sarebbe interessante da analizzare i rapporti architettonici tra la suddetta abbazia e gli edifici da essa posseduti nelle città di Tortona e Genova (nella prima un numero di case situate presso porta S. Stefano ed altre porte urbane e, nella seconda, nei quartieri di Castelletto e forse di Soziglia) ed un possibile contributo delle maestranze cistercensi all'interno dei rispettivi centri urbani[30].
Le abbazie di Fossanova e Casamari ebbero un'influenza notevole su un gruppo di edifici ecclesiastici della regione, che accusano un'evidente parentela con i due complessi monastici cistercensi. La questione fu segnalata già dalla fine dell'Ottocento da Camille Enlart[31]. Si tratta delle chiese di S. Maria Maggiore e S. Francesco a Ferentino[32], S. Maria del Fiume e S. Nicola a Ceccano, S. Lorenzo d'Amaseno, il convento Ss. Pietro e Stefano di Valvisciolo (nel passato dei Templari)[33], le cattedrali di Priverno (Piperno)[34], Sezze[35], Fondi o Sermoneta[36]. Per questo gruppo di edifici la bilancia non si è decisa a pesare a favore della partecipazione diretta degli «ateliers» e degli architetti attivi a Fossanova o a Casamari oppure a favore della semplice imitazione dovuta ai «maîtres» laici locali. Per l'abbazia cistercense di Fossanova si è parlato proprio di un presunto «Studium artium», ricordato nel documento di fondazione del monastero di Valvisciolo di Carpineto (datato 1246), in cui si insegnavano le arti del Trivio e del Quadrivio. Essendo compresa la geometria nelle arti del Quadrivio e dato che l'applicazione pratica di essa era l'architettura, alcuni studiosi hanno interpretato lo «Studium artium» di Fossanova come una scuola di spicco dalla quale uscirono vari maestri, in particolare artisti pipernesi (Andrea da Piperno, che ebbe un ruolo fondamentale sul cantiere della chiesa dell'Annunciazione a Terracina; il pipernese Toballo de Janni, che terminò nel 1336 la chiesa di Sant'Antonio Abate a Priverno; Pietro Gullimari ed i figli Morisio e Jacopo, che costruirono e portarono al compimento nel 1291 la chiesa di San Lorenzo ad Amaseno; il «frater Willelmus» che costruě l'abbazia di Casamari o i monaci «dominus Petrus, Simon, Ildinus», il converso fra Ugolino di Maffeo, fra Mattheus ed altri «magistri operis lapidum vel lignaminis» che furono coinvolti nel cantiere cistercense di San Galgano)[37]. Comunque, maestranze del cantiere di Casamari erano impegnate a dare un volto nuovo a Ferentino, la cittadina del Lazio meridionale dove l'abbazia si era insediata con una grangia (nella prima metà del Duecento)[38]. A Roma, sui grandi cantieri degli anni Ottanta del Duecento, dalla Sancta Sanctorum alle absidi di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore, sembra poter essere ben documentabile l'attività di costruttori cistercensi[39].
L'inventario e l'analisi di tutti gli esempi presentati in precedenza inducono la conclusione che nella penisola italica nel XII ed, in particolare, nel XIII secolo maestranze cistercensi contribuirono alla costruzione di chiese parrocchiali ed edifici urbani. Nello stesso tempo, anche nelle situazioni dove la diretta partecipazione cistercense non si può documentare, i modelli-base dell'architettura dell'Ordine ebbero un certo influsso sull'edilizia chiesastica e secolare italiana. I documenti hanno conservato i nomi di alcuni monaci o conversi cistercensi («frater» Oliverio di S. Andrea di Sestri a Genova, fra Melano e fra Vernaccio di San Galgano) coinvolti nella costruzione di chiese ed edifici urbani. In particolare le abilità idrauliche dei cistercensi furono sfruttate nei cantieri che non appartenevano all'Ordine. D'altra parte, lo studio del caso italiano offre esempi della partecipazione di maestranze laiche nei cantieri cistercensi (i lapicidi privernati a Fossanova) oppure dell'utilizzo sui cantieri delle abbazie italiane di tecniche di costruzione locali, in particolare nel campo della scelta del materiale di costruzione (l'impiego del laterizio, specifico per l'architettura tardoromanica locale e presente nelle abbazie lombarde di Chiaravalle Milanese o Morimondo, del materiale di spoglio prelevato dalle antiche costruzioni romane a Chiaravalle di Fiastra oppure dell'«opus listatum», filari di blocchi di tufo alternati a filari in mattoni entro strati di malta, nel monastero laziale di Tre Fontane).
[1] «Monachos vel conversos artifices ad operandum saecularibus concedi non licet». Marcel Aubert, L'Architecture cistercienne en France, avec la collaboration de la Marquise De Maillé, ed. II, t. I, Paris, Vanoest - Éditions d'Art et d'Histoire, 1947, p. 96.
[2] «Accepit conversos de omnibus abatiis cisterciensis ordinis regni Siciliae et Apuliae ac terre Laboris, quos istituit magistros gregum, armentorum et diversarum actionum et ad construenda sibi castra et domicilia per civitates regni». Richardus de Sancto Germano, Ignoti monachi cisterciensis Sanctae Mariae de Ferraria Chronica ab anno 711 ad annum 1228 et Ryccardi de Sancto Germano Chronica priora ad annum 1223, repperit in codice ms. bononiensi atque nunc primum edidit Augustus Gaudenzi adiectis ejusdem Ryccardi chronici posterioribus ex editione Georgii Pertzii, Napoli, F. Giannini & fil., 1888, p. 88 (Monumenti storici, Serie I: Cronache, Società Napoletana di Storia Patria) apud Angiola Maria Romanini, Arte comunale in Atti dell'11° Congresso Internazionale di Studi sull'Alto Medioevo. Milano 26-30 ottobre 1987, t. I, Spoleto, 1989, p. 45.
[3] Il castello di Lucera e quello di Augusta sono controllabili oggi solo a livello della pianta (il primo perchè quasi completamente sparito ed il secondo perchè sede di un istituto di pena e quindi svisato da ristrutturazioni e superfetazioni). Antonio Cadei, Fossanova e Castel del Monte in Federico II e l'arte del Duecento italiano. Atti della III Settimana di Studi di Storia dell'Arte Medievale dell'Università di Roma [15–20 maggio 1978], vol. I, Galatina, Congedo Editore, 1980, p. 202–203.
[4] Vedi in particolare il saggio di M. Lorandi, I modelli orientali dei castelli federiciani: i qasr omàyyadi e la loro influenza nella genesi dell'architettura sveva in "Bollettino d'Arte", LVIII, 1973.
[5] In particolare i contributi di Angiola Maria Romanini, Antonio Cadei e Paola Puglisi raccolti nel volume su Federico II e l'arte italiana del Duecento.
[6] A. Cadei, op. cit., p. 192; Marina Righetti Tosti Croce, Architettura monastica: gli edifici. Linee per una storia architettonica, in Dall'eremo al cenobio. La civiltà monastica in Italia dalle origini all'età di Dante, Prefazione di Giovanni Pugliese Carratelli, Milano, Libri Scheiwiller, 1987, p. 543.
[7] Willibald Sauerländer (avec la collaboration de Jacques Henriet), Le siècle des cathédrales. 1140–1260. Le monde gothique, Paris, Gallimard, 1989, p. 46 (L'Univers des formes, 36).
[8] A. Haseloff, Die Bauten der Hohenstaufen in Unteritalien, I, Leipzig, 1920, fig. 53 e G. Agnello, L'architettura sveva in Sicilia, Roma, 1935, fig. 17, 183, 194 apud A. Cadei, op. cit., p. 195.
[9] C. Waeber-Antiglio, Hauterive-La construction d'un abbaye cistercienne au Moyen Age, Fribourg, 1976,p.190–192.
[12] Il palazzo comunale di Priverno fu costruito tra il 1183 (l'anno della consacrazione dell'adiacente cattedrale di Santa Maria) ed il 1336. Situato, come di solito, nella zona centrale della città (dove generalmente vengono demolite le case di cui il comune è entrato in possesso per ricavare l'area per la nuova fabbrica e la piazza, nel contesto del passaggio da una gestione feudale ad un uso mercantile), il palazzo del comune, legato al possesso del territorio, rappresenta la materializzazione del nuovo potere economico ormai consolidato. Il suo posizionarsi, accanto alla cattedrale, indica il suo ruolo politico, la tendenza di connessione tra i due sistemi di potere (il comune ed il vescovado) che esprimono l'intenzione di agire parallelamente nella gestione del potere. Laura Culmone, L'abbazia di Fossanova e l'influsso dell'architettura cistercense nella costruzione del palazzo comunale di Priverno, "Rivista cistercense. Periodico quadrimestrale di letteratura, storia, arte, liturgia, spiritualità, cultura e vita monastica", Abbazia di Casamari, a. XVI, n. 2, maggio-agosto 1999, p. 116–117.
[13] La presenza a Priverno, dal XII secolo, di maestranze specializzate nella lavorazione della pietra è accertata sia attraverso alcune opere firmate dagli stessi mastri lapicidi, sia attraverso l'esame della decorazione scultorea privernate. I «marmorai» privernati erano, probabilmente, una scuola riunita in corporazioni che adottava metodi comuni di lavoro. La sua esistenza viene collegata alle numerose cave di calcare dai dintorni di Priverno. Edmondo Angelini, I lapicidi privernati dal XII al XIV secolo, in Uomo e società, arte, mestieri, professioni. Atti del 2° Convegno di studi storici sul territorio della provincia della Società per la Storia Patria della Provincia di Latina, Latina, 1992, p. 91–114.
[14] La presenza di maestranze straniere all'Ordine, accanto al nucleo monastico di sorgente francese, nel cantiere cistercense di Fossanova risulta non solo dall'analisi della scultura decorativa (contrassegnata, accanto all'influsso borgognone, dall'influenza delle scuole locali) ma anche dalla specifica scelta del materiale di costruzione. Il travertino, impiegato generosamente sul cantiere di Fossanova, significava per il Lazio secoli di storia, di architettura e di esperienza di lavoro, mentre per le maestranze cistercensi di origine francese era una pietra semisconosciuta. Se a Fossanova avessero lavorato esclusivamente maestranze monastiche, esse avrebbero preferito usare il calcare grigio, impiegato di solito nelle abbazie francesi e presente abbondantemente nella zona. Il travertino, invece, doveva essere portato da cave assai lontane. Di più, cosa assai singolare, si verifica nel caso di Fossanova il fenomeno di collaborazione con la nota maestranza di tagliapietre della regione (cioè i Cosmati), spiegabile nel contesto dell'interesse del papato per la nascita e lo sviluppo dei nuovi cantieri.
Di conseguenza, probabilmente che tramite i mastri lapicidi privernati, coinvolti ad un certo momento nel cantiere cistercense di Fossanova si manifestò, nella costruzione del palazzo comunale di Priverno, l'influsso dell'architettura dell'Ordine. Quindi, non essendo di diretto portato, l'influsso cistercense fu un elemento supplementare rispetto all'idea creativa primaria. Esso si può desumere dalla presenza degli archi ogivali nella trattazione del portico del palazzo, impostati su pilastri prismatici che si aprono su spazi coperti con volte a crociera (destinati a svolgere funzioni prevalentemente commerciali), dalla somiglianza tra l'oculo posto al di sopra dell'ingresso al palazzo e quello presente nella facciata del monastero di Fossanova (però con la precisazione che l'oculo di Fossanova è un rifacimento tardo di quello originale ed il materiale di cui è composto deriva probabilmente dall'antica rosa che si trovava precedentemente nella facciata della chiesa e che l'oculo del palazzo, di provenienza incerta, fu introdotto nell'edificio solo al tempo di un restauro ottocentesco), dalle similitudini tra la bifora del primo piano del palazzo di Priverno (dal prospetto su Piazza Giovanni XXIII) e la trattazione di certe bifore di Casamari (alcune presenti nella parte superiore dell'ingresso all'abbazia ed una della sala capitolare dello stesso monastero) e, alla fine, dal linguaggio scultoreo dei capitelli delle bifore e delle trifore del suddetto palazzo. Per quanto riguarda la tipologia dei capitelli del palazzo privernate, si nota chiaramente l'intreccio di formule specificamente cistercensi (perchè si vuole riprendere il modello «à crochets») e soluzioni attinenti alla tradizione locale (per esempio la foglia a palmetta che è tipicamente laziale) in una messa in pietra che rimanda chiaramente alle maestranze autoctone.
In conclusione, la costruzione del palazzo comunale di Priverno fu indubbiamente condizionata dalle nuove idee e dal nuovo linguaggio proveniente da Fossanova e dall'ambito cistercense della regione. Ma si tratta solo di un adeguamento alla moda del tempo, da cui vengono tratti solo alcuni elementi, mentre il substrato resta romanico, con gli influssi campani su cui si era formata probabilmente la scuola dei lapicidi locale e quelli provenienti dalla scuola romana. Laura Culmone, op. cit., p. 115–116, 119–122.
[15] Corpus Inscriptionum Medii Aevi Liguriae, a cura di A. Silva, III, Genova, 1987, nr. 190, p. XVIII, 109.
[16] Liber Iurium Republicae Genuensis, vol. I, in Monumenta Historiae Patriae, VII, Torino, 1854–57, coll. 1254, 1316–1317, 1320 apud Luisa Cavallaro, Un cantiere cistercense a Genova: il palazzo del comune, in Ratio Fecit Diversum. San Bernardo e le arti. Atti del congresso internazionale, Roma, 27–29 maggio 1991, parte 1, t. II, in "Arte Medievale. Periodico internazionale di critica dell'arte medievale", Roma, a. 8, 1994, p. 154-156. Difatti «Oliverio de Janua» compare anche in altri documenti (del 1239, 1254 e 1255) fra i membri della comunità monastica di S. Andrea di Sestri. G. Salvi, La Badia di S. Andrea di Sestri, Subiaco, [1940], p. 10; Luisa Cavallaro, op. cit., p. 156, 161.
[17] Il monastero cistercense S. Andrea di Sestri fu fondato intorno al 1131 dalla casa-madre Cîteaux. Sembra che in origine, i monaci bianchi hanno sostituito o inglobato i benedettini di un antico cenobio situato sull'isola della Gabbaia. Comunque, di sicuro è che i cistercensi costruirono un complesso abbaziale sulla terraferma, nella collina di Erzelli, a fronte dell'isola, la cui ubicazione lo rende all'incrocio di vie di transito per l'entroterra e Tiglieto, per la Padania ed i territori delle diocesi vicine a quella di Genova, essendo accessibile sia via terra che via mare. Dal complesso monastico, assai rimaneggiato, ritiene l'attenzione la chiesa, oggi con la facciata orientata verso l'est, che fu il risultato del rovescio (a partire dal XVII secolo) dell'antico oratorium cistercense, sulle cui parti absidali fu apposta la facciata ottocentesca osservabile oggi.
Elencata tra le fondazioni «bernardine» d'Italia, l'abbazia di S. Andrea di Sestri rimane il più noto esponente di un'intera serie di insediamenti cistercensi nella regione di Genova (27 o 29 monasteri, tra i qualli 17 conventi femminili) fioriti nel contesto di una speciale attenzione accordata da San Bernardo alla città (da non dimenticare la sua visita a Genova nel 1133, dopo la pace con Pisa, o il fatto che, in un momento imprecisato tra il 1116 ed il 1130, allo stesso santo era stata offerta la tiara vescovile dalla città ligure). Colette Dufour Bozzo, Lineamenti della presenza cistercense a Genova e territorio, in Ratio Fecit Diversum..., parte 1, t. II, p. 123–126, 132; Luisa Cavallaro, op. cit., p. 159.
[18] G. Salvi, Frate Oliverio architetto o amministratore?, "La Casana", III, 1967, p. 25–29; N. Calvini, Nuovo glossario medievale ligure, Genova, 1984, p. 259–260.
[20] A. Petrucci, La scrittura fra ideologia e rappresentazione, in Storia dell'Arte Italiana, IX, 1, Torino, 1980, p. 5–123.
[21] Calcolate in piedi genovesi (misura usata in città a partire dal XII secolo) le dimensioni della facciata est stanno fra di loro in un rapporto matematico basato sul numero 6. Luisa Cavallaro, op. cit., p. 153–154.
[23] G. Salvi, La Badia di S. Andrea di Sestri..., p. 15; Luisa Cavallaro, op. cit., p. 156. Negli anni 1267 e 1276 Filippo è attestato fra i membri della comunità monastica di S. Andrea di Sestri.
[24] D. Pastine, s.v. Boccanegra Marino in Dizionario Biografico degli Italiani, IX, Roma, 1968, p. 35–36.
[25] Colette Dufour Bozzo, La porta urbana nel Medioevo. Porta Soprana di Sant'Andrea, immagine di una città, Roma, 1989, p. 313–316.
[26] Fra Melano è indicato nei documenti come «operarius» sul cantiere del Duomo di Siena. Le Pergamene dell'Opera del Duomo lo ricordano come il capocantiere quale rappresentava l'Opera negli accordi di lavoro con i diversi artisti («frati Melano converso monasterii Sancti Galgani ordinis Cistercensii, operario Operis Sancte Marie Marioris ecclesie senensis, operariatus nomine pro ipso Opere»). Un noto passo della Pergamena dell'11 maggio 1265 si riferisce all'accordo per il pulpito tra l'Opera e Nicola Pisano: «frater Melanus conversus Sancti Galgani ordinis Cisterciensis... requisivit magistrum Nicholam Pietri de Apulia quod ipse faceret et curaret quod Arnolfus discipulus suus statim veniret Senas ad laborandum in dicto Opere cum ipso magistro Nichola, sicut idem magister Nichola convenit et promisit eidem fratri Melano operario sub pena C. librarum denariorum...» Ciò che risulta estremamente interessante da questo frammento è appunto il ruolo del converso cistercense, che compare come un ottimo organizzatore di cantiere, incaricato con la parte economico-finanziaria dell'opera, che sceglie gli artisti (il «discipulus» di Nicola, Arnolfus) ed anche impone condizioni per la presenza di un certo specialista nell'«équipe» (ricorre addirittura alla minaccia di multe: «sub pena C. librarum denariorum»). Angiola Maria Romanini, I cistercensi e la formazione di Arnolfo di Cambio, in Studi di storia dell'arte in memoria di Mario Rotili, vol. I, Napoli, Banca Sannitica, 1984, p. 235–236.
[27] Camille Enlart, L'abbaye de San Galgano près de Sienne au treizième siècle, in Mélanges d'archéologie et d'histoire publiés par l'École Française de Rome, XI, 1891, p. 17; A. Canestrelli, L'abbazia di San Galgano. Monografia storico-artistica con documenti inediti e numerose illustrazioni, Firenze, 1896, p. 22.
[28] Un importante numero di documenti attestano la costruzione di questi acquedotti da maestranze cistercensi (o almeno sotto la loro direzione). Nel diploma di Enrico VI del 12 aprile 1187 è già ricordato un «ductu aque de scripia que ad monasterium venit», probabilmente una deviazione, ad opera dei monaci, delle acque del vicino fiume Scrivia. Nel 1202 sono ricordati due acquedotti di pertinenza dell'abbazia («loco ubi vetus laquear intrant novum») ed un terzo canale «labentis ad grangia de goyde ad prata eiusdem grangia», ossia in funzione della vicina grangia di Goide, sita nella piana tra Sale e Castelnuovo Scrivia, viene commissionato al sindaco ed al cellerario maggiore di Rivalta, i quali «promiserunt facere et manutenere omnibus eorum expensis unum aquaricium quod extrahatur de syrpia». Si deve ritenere che l'intervento dei cistercensi nel progetto di canalizzazione del territorio tortonese è voluto anche dalla committenza laica del vicino comune in espansione (un accordo del 23 dicembre 1233 stipula «monasterium de ripalta debet facere terciam partem aquaricii in spazando fossatum in aptandis ripis et in faciendum clusam e Ripalta supra, habendo dictum monasterium terciam partem acque pro molandino ipsius monasterii et pro aliis suis necessitatibus». Chartarium dertonense ed altri documenti del Comune di Tortona (934–1346), a cura di E. Gabotto, Pinerolo, 1909, doc. 71; Cartari dell'abazia di Rivalta Scrivia, a cura di A. F. Trucco, Pinerolo, vol. I, 1910, doc. 14 e 170; vol. II, 1911, doc. 88, 134 e 340 apud Anna Orlando, Santa Maria di Rivalta Scrivia e i cistercensi nel tortonese, in Ratio fecit diversum..., parte 1, t. II, p. 145.
[29] In un atto del 1220 viene segnalata nella sopracitata grangia di Goide la presenza di Gilio, «monacus operarius mansionis ripalte», insieme a frate Bonaiugo, «grangerius» de Goide. Certo che in questo caso rimane in discussione il significato del termine «operarius». Comunque, le stesse fonti documentano il diretto impiego di conversi cistercensi su cantieri esterni all'Ordine. Per l'anno 1205 abbiamo notizia che i conversi della grangia di Bassignana (nella piana della Val Lemme presso Capriata d'Orba) comprarono un castagneto ed in cambio costruirono una casa al proprietario, la chiesa di San Nicola di Tassarolo («et fuerunt soluti denari ad faciendum domum suprascripte ecclesie sancti Nicolai»). Cartari dell'abazia di Rivalta Scrivia, vol. I, doc. 254 e 340; vol. II, doc. 305 e 598 apud Anna Orlando, op. cit., p. 147.
[30] Già nel 1187 l'abbazia cistercense di Rivalta Scrivia posedeva una «domo qui est in civitate terdone» (confermata tra i possessi del monastero dal diploma di Enrico VI del 12 aprile). Durante il Duecento l'acquisto di case urbane si concentra quasi unicamente vicino alle porte della città e l'abbazia arriva a creare veri quartieri. Nel 1285 è documentata la «curia domorum monasterii de Ripalta», presso Porta Santo Stefano (zona definita Borgonuovo). A Genova, le fonti ricordano il possesso da parte del monastero di Rivalta di «sedimina vacua seu domos derocatas seu ruinas» nel quartiere di Castelletto vicino al recente insediamento francescano e si potrebbe supporre il rifacimento dell'edificio col contributo di maestranze cistercensi provenienti dalla rispettiva abbazia. Chartarium dertonense..., doc. 71; Cartari dell'abazia di Rivalta Scrivia..., vol. II, doc. 139, 143, 175 apud Anna Orlando, op. cit., p. 145-146; Colette Dufour Bozzo, Lineamenti della presenza cistercense..., p. 132.
[31] C. Enlart, Origines françaises de l'architecture gothique en Italie, Paris, 1894, p. 9–11 (Bibliothèque des Écoles Françaises d'Athènes et de Rome, 66).
[32] Le chiese di Santa Maria Maggiore e San Pancrazio a Ferentino presentano motivi decorativi simili a quelli di alcuni capitelli di Valvisciolo, in cui si può rilevare sia l'apporto dei Cosmati che quello della scuola cistercense. Laura Culmone, op. cit., p. 118.
[33] Il problema dell'abbazia dei Ss. Pietro e Stefano di Valvisciolo (presso Sermoneta), affidata ai cistercensi di Casamari dopo la soppressione napoleonica del 1807, rimane ancora in discussione. Alcuni storici considerano che nell'antico monastero dei Basiliani si trasferirono i cistercensi di Marmosolio (abbazia di chi si ha notizia solo dai documenti, non essendo ancora identificato il sito, che esisteva già nel 1154, l'anno della sua prima menzione documentaria è che, distrutta nel 1165 dalle truppe di Federico Barbarossa, si trasferì probabilmente presso il vicino monastero di Valvisciolo). Altri storici sostengono invece che l'abbazia di Valvisciolo sia stata abitata dai Templari, fino alla soppressione dell'Ordine (avvenuta nel 1312) e da essi ricostruita. Le prove per sostenere l'ultima ipotesi sono fondate sulla presenza di croci «maltese» scolpite a bassorilievo (in particolare sul rosone della facciata), individuata durante i lavori di restauro (fine dell'Ottocento inizi del Novecento). Difatti, queste croci potrebbero essere semplici segni lapidari, utilizzati dalle maestranze che operarono a Valvisciolo e che possono essere paragonate agli analoghi segni presenti in altri monasteri cistercensi (Staffarda o Morimondo). D'altra parte, la lettura architettonico-decorativa del monastero di Valvisciolo (eretto tra la fine del XII secolo e la metà del secolo seguente), in particolare della chiesa, induce l'idea di una evidente presenza di maestranze cistercensi, ricordando dal punto di vista della generale concezione architettonica, l'abbazia laziale delle Tre Fontane (però in una formula maturata dalle ulteriori evoluzioni dei modelli bernardini che diventano, in seguito al periodo di Eugenio III, elementi del linguaggio ufficiale dell'edilizia pontificia) e dal punto di vista decorativo, i monasteri di Fossanova e Casamari (in questo senso sono suggestivi i confronti tra le sculture architettoniche dei chiostri o tra il rosone di Fossanova e quello di Valvisciolo). M. Letizia de Sanctis, Insediamenti monastici nella regione di Ninfa, in Ninfa, una città, un giardino. Atti del Colloquio della Fondazione Camillo Caetani, Roma, Sermoneta, Ninfa, 7–9 ottobre 1988, a cura di Luigi Fiorani, Roma, L'Erma di Bretschneider, 1990, p. 260–261, 264–265 (Studi e documenti d'archivio, 2). L'influsso di chiara matrice cistercense dell'abbazia dei Ss. Pietro e Stefano di Valvisciolo fu identificato in un gruppo omogeneo di chiese del basso Lazio, databili tra la fine del XII ed i primi anni del XIII secolo: il duomo di Sermoneta e di Sora, Santa Maria «in flumine» e San Nicola a Ceccano, San Pietro a Fondi, Santa Maria del Soccorso sulla via Appia presso Fondi e Santa Maria dell'Auricola presso Amaseno. In tutte le chiese sopracitate ricompare il sistema di copertura con volte a crociera sostenute da pilastri quadrangolari conclusi da imposte modanate, Ibidem, p. 266.
[34] La cattedrale di Santa Maria Assunta di Priverno sembra che può essere considerata di più come espressione dell'arte locale, così come le chiese di San Benedetto e di San Giovanni, che edificio di diretta ispirazione fossanoviana, essendo l'influsso cistercense un elemento supplementare (un adeguamento alle nuove forme estetiche presenti a Fossanova) rispetto all'idea creativa primaria. Laura Culmone, op. cit., p. 117–118.
[35] L'influsso dell'architettura cistercense si osserva chiaramente nella trattazione del portale della chiesa di San Bartolomeo a Sezze, fondata nel 1136 ed affidata all'Ordine di Cîteaux dal papa Eugenio III. M. Letizia de Sanctis, op. cit., p. 271; L. Culmone, op. cit., p. 118.
[36] Per il caso di Sermoneta si deve notare che già alla metà del XII secolo, nella chiesa di Santa Maria compaiono elementi gotici come l'arco acuto. Interessanti per il fenomeno del diffondersi del gotico nel Lazio, attraverso i cantieri cistercensi ivi in opera, sono gli edifici delle chiese di Santa Maria Assunta e di San Michele di Sermoneta, interpretati in questa ottica già dall'Enlart. La chiesa di San Michele, la cui fondazione primitiva sembra che risale al XII secolo, fu ulteriormente di tutto ristrutturata, con caratteristiche architettoniche in parte simili a quelle della chiesa dell'Assunta. In quest'ultimo edificio chiesastico, tramite le parti dovute a varie tappe di costruzione, è riconoscibile la fase gotica (nella struttura e la decorazione del portico oppure nel tentativo di adattamento della navata centrale e del collaterale destro). I rapporti proporzionali e gli elementi costruttivi e decorativi di questa fase sono in stretta relazione con Fossanova, Casamari e Valvisciolo. C. Enlart, Origines françaises..., p. 138, M. Letizia de Sanctis, op. cit., p. 271–272. Per il panorama generale sull'influsso cistercense su questo gruppo di edifici vedi Renate Wagner-Rieger, Die italienische Baukunst zu Beginn der Gotik, II, Graz-Köln, 1957, p. 76–125.
[37] È l'interpretazione di M. Cassoni, La badia di Fossanova presso Piperno. Notizie storico-genealogiche, "Rivista storica benedettina", 1910, fasc. 20, p. 578–596; 1911, fasc. 21, p. 71–87. Nella stessa direzione, che sostiene il ruolo dei cistercensi nell'uniforme uso degli elementi gotici e nella loro diffusione nelle regioni limitrofe al loro cantiere, sta il contributo di L. Fraccaro De Longhi, L'architettura delle chiese cistercensi italiane, Milano, 1958, p. 13-33, 235–248, 295–304. Opinioni diverse ad A. Serafini (L'abbazia di Fossanova e le origini dell'architettura gotica nel Lazio, Roma, 1924, p. 38–70), che ritiene il funzionamento di una semplice scuola di provincia a Fossanova, scuola in cui gli abati mandavano alcuni monaci ad apprendere gli elementi della cultura teologica del tempo. Per quanto riguarda la presenza degli elementi gotici nel sopramenzionato gruppo di edifici laziali, A. Serafini la atribuisce a maestri lombardi e non a maestranze cistercensi. Vedi anche L. Culmone, op. cit., p. 112–113, 118.