I ROMENI NELLA DIMENSIONE ECCLESIOLOGICA DELLA SANTA SEDE DA PIO XI A PAOLO VI
ŞERBAN TURCUŞ
Universitatea “Babeş-Bolyai” din Cluj-Napoca
Nel scegliere l'argomento di questo mio intervento in questa prestigiosa sede sono partito dall'analisi degli ultimi sviluppi nel campo dei rapporti tra la Santa Sede e la Romania. Ovviamente negli ultimi anni tutti guardano con grande interesse alla dinamizzazione delle relazioni tra la Santa Sede ed il mondo ortodosso, soprattutto nel ultimo triennio, da quando la Romania paese con una maggioranza ortodossa, ha compiuto un fondamentale passo in avanti dal punto di vista ecumenico attraverso l'invito formulato al pontefice Giovanni Paolo II di intraprendere una visita pastorale.
Agli inizi degli anni '90 dello scorso secolo subito dopo la caduta del regime Ceauşescu e la disparizione dell'ateocrazia, la vita religiosa in Romania ha conosciuto un rifiorimento spesso non mancato da una certa anarchia, fenomeno specifico alla vita postrivoluzionaria. In questo contesto sembrava legittimo che i legami di fratellanza cristiana tra la Chiesa ortodossa romena e la Chiesa Romano-Cattolica fossero ripresi e che le discussioni con carattere ecumenico siano liberate da qualunque pressione politica. Però il problema della Chiesa romena unita ha costituito un grande ostacolo nel riprendre i contatti normali tra le due Chiese cristiane. Cosi che per ben 10 anni i rapporti, almeno al livello ufficiale, tra i vertici della Chiesa Ortodossa e quella Romano-Cattolica furono segnati da insormontabile difficoltà. I colpevoli responsabili di questo mancato contatto non sono facilmente ritrovabili e le difficoltà stesse non sono facilmente da spiegare. La Chiesa ortodossa in Romania appena aveva ritrovato una libertà persa 50 anni prima e si trovava nella situazione di affrontare un grave problema di cui non era interamente responsabile - la restaurazione della Chiesa romena unita, una chiesa in modo barbaro distrutta dal regime counista nei suoi primi anni di vita. Siccome la Chiesa romena unita faceva capo al successore di Pietro, in modo chiaro i responsabili dell'Ortodossia romena hanno identificato il principale avversario della Chiesa "nazionale" nella Chiesa Romano-Cattolica. Un problema ch'era infatti un problema che si evidenziava sotto un aspetto più patrimoniale che di altra natura rischiava di compromettere i legami tra le due Chiese. Però non fu cosi. E non fu cosi perche mentre l'Ortodossia romena durante il regime comunista ma anche prima non aveva compiuto delle modifiche nella sua prospettiva ecclesiologica, nella riflessione ecclesiologica della Santa Sede lungo soprattutto la seconda metà del Novecento furono compiuti alcuni passi fondamentali in avanti verso la riconsiderazione del rapporto con il mondo ortodosso e all'interno di questo mondo con gli ortodossi romeni. Cosi che quando la Chiesa ortodossa romena fu preparata, ed i tempi brevissimi sono una prova della rapida maturazione della riflessione ecclesiologica ortodossa romena, nel accogliere il pontefice romano, i vertici della Chiesa cattolica erano già consapevoli dell'importanza della missione di pace e di fratellanza che avverà attraverso la visita pastorale del papa. Credo che la scelta della Romania come prima destinazione per aprire una nuova pagina nella storia dei rapporti tra la Chiesa Romano-Cattolica e quella ortodossa non fu a caso. Lungo questo mio intervento vorrei soffermarmi su alcuni momenti considerati da me importanti nel rivalutare all'interno della riflessione ecclesiologica della Chiesa romana del posto e del ruolo storico ed ecclesiologico dell'Ortodossia e soprattutto dell'Ortodossia romena e del popolo romeno.
Come già accennato nel titolo inizierei la mia analisi con gli anni del pontificato di Pio XI e chiuderei con il pontificato di Paolo VI. Considero che il pontificato di Giovanni Paolo II così dinamico e ricco in nuove aperture merita di essere trattato in modo a parte, visto che alcuni processi iniziati sotto questo pontefice sono ancora in una fase di sviluppo.
Per offrire una visione sistematica sull'argomento in dibatito preferirei fare una rassegna cronologica e non tematica dell'evoluzione della riflessione ecclesiologica della Santa Sede.
Inizierei dunque con Pio XI. Purtroppo Pio XI è una figura poco nota alla storiografia romena, come del resto tutti i pontefici del Novecento, tranne Giovanni Paolo II. Achille Ratti ha segnato una svolta nel modo di gestire la Chiesa Romano-Cattolica rispetto ai suoi predecessori. Le circostanze politiche ma anche lo sviluppo dei rapporti socio-economici conseguenti alla prima guerra mondiale hanno determinato la Santa Sede ad elaborare nuovi orientamenti nei rapporti con il mondo secolare ma anche con il mondo cristiano non cattolico. Devo sottolineare che le relazioni tra la Santa Sede e la Romania durante il pontificato di Pio IX costituiscono una parte ben integrata nelle generale relazioni intratenute dalla Chiesa Romano-Cattolica con i nuovi stati dell'Europa Centro-Orientale e le chiese cristiane ivi esistenti[1]. Sono alcune particolarità nell'educazione e nel cursus honorum di Achille Ratti che vale la penna di menzionarle, in quanto, secondo me hanno contribuito a determinare alcuni atteggiamenti ulteriori. Per esempio Pio XI aveva una preparazione culturale di eccezione, essendo per molto tempo collaboratore della Biblioteca Ambrosiana di Milano di cui diventerà prefetto nel 1907, per poi essere trasferito a Roma nel 1911 come viceprefetto della Biblioteca Apostolica e poi a partire dal 1914 come prefetto della stessa Biblioteca[2]. Nel 1918 Benedetto XV decide di inviare il prefetto Ratti come visitatore apostolico per la Polonia e la Lituania ma con un'estensione del suo mandato "a tutti territori soggetti ai Romanov". Era praticamente il contatto efettivo con le realtà dell'Europa Centro-Orientale. Fu una missione dificilissima che sollevò moltissimi contrasti sia da parte polacca che da parte tedesca. Richiamato a Roma, fu nominato arcivescovo di Milano per essere eletto papa il 6 febbraio 1922[3].
Il suo pontificato fu segnato da un apparente revival delle tesi ierocratiche di una nuova Christianitas e delle teorie del potere indiretto della Chiesa negli affari temporali. Non a caso durante questo pontificato fu rivalutato il concetto di Regno di Cristo[4] e la rivendicazione di una dignità che imponeva agli Stati di regolarsi "secondo gli ordini di Dio e i principi cristiani nello stabilimento delle leggi, nell'amministrazione della giustizia etc."
Seguendo dunque questa prospettiva ierocratica sull'organizzazione della società umana, Pio XI ha aperto una nuova prospettiva missionaria[5] che desiderava separare nettamente l'opera di evangelizzazione da qualsiasi interesse politico delle potenze europee e favorire l'indigenizzazzione del clero[6]. In quanto riguarda le divisioni tra la Cristianità occidentale e quella orientale osservate e sperimentate direttamente in Polonia, Pio XI rimase saldamente attacato alla strada dell'unionismo[7], affermando pure una sua considerazione per le Chiese orientali: "les fragments séparés d'une roche aurifère sont aurifères eux aussi. Les vénérables chrétientés orientales ont conservé una sainteté si vénérable dans leur objet, qu'elles méritent non seulement tout le respect, mais encore toute la sympathie"[8]. L'istituzione nel 1925 di una "Comissio pro Russia" posta nel 1930 alle dirette dipendenze del pontefice testimonia del perdurare dell'idea di riportare, in qualche modo l'ortodossia russa al cattolicesimo romano. Parallelamente il pontefice decise di iniziare il processo di codificazione del diritto canonico orientale. Nel 1928 si svolse a Roma il sinodo armeno, nel 1929 la terza conferenza episcopale ucraina. Il più grande successo ebbe il processo di fondazione di collegi ecclesiastici per la preparazione del clero dei Paesi dell'Europa Centro-Orientale[9], in primo luogo quello romeno, poi quello ruteno e poi il "Russicum". L'elezione nel 1925 di Basilio III al patriarcato ecumenico di Costantinopoli fu l'occasione di un primo, timido e incerto riavvicinamento tra Roma e Costantinopoli. In quanto riguarda però l'ecumenismo con la Mortalium animos del 1928, Pio XI condannò gli errori dei "pancristiani" e ribadi che ogni prospettiva unitaria non poteva che essere un ritorno a Roma delle Chiese separate.
I rapporti della Santa Sede con la Romania durante il pontificato di Pio XI furono segnati come del resto tutto il pontificato di Pio XI dalla sistemazione in veste giuridica delle relazioni bilaterali. Riprendendo le considerazioni espresse dal suo predecessore Benedetto XV nelle alocuzioni concistoriali Alloqui vos del 15 dicembre 1919 e In hac quidem del 21 novembre 1921 nelle quali aveva deliberato l'estinzione dei concordati con gli Stati che avevano cambiato "natura" e modificato il territorio, e manifestato la disponibilità della Santa Sede per nuovi accordi concordatari con "civitates funditus novatae", Pio XI sarà l'effettivo protagonista dell'azione concordataria della Chiesa nel secolo che corre dal Vaticano al Vaticano II. Dal concordato con la Lettonia (1922) ai concordati austriaco e germanico del 1933 e iugoslavo del 1935 - passando per quelli della Baviera (1924), Polonia (1926), Lituania (1927), Romania (1927), Cecoslovacchia (1928), Italia (1929), Prussia (1929), Baden (1932) e per gli accordi parziali con la Francia del 1924 e 1926, con il Portogallo e con l'Ecuador (1937) - le strutture normative e le sistematiche delle relazioni tra la Chiesa e gli Stati si caratterizzarono sempre più rigidamente nel senso della bilateralità, della consacrazione civile dei principi fondamentali del diritto canonico, della progressiva secolarizzazione delle istituzioni religiose e dei contesti sociali, del rafforzamento delle impalcature gerarchiche e centralizzate - con l'esclusivo dominio dell'autorità pontificia - grazie alla costante utilizzazione del "braccio secolare", ma anche del controllo politico, da parte di chi deteneva il potere, spesso dittatoriale, sulla vita religiosa[10]. Però la Romania assumeva una importanza aparte nelle prospettive di Pio XI. Il falimento dei proggetti di unionismo che avrebbero indotto il pontefice a pensare ad una integrazione della Chiesa russa nel mondo cristiano cattolico ha generato grandi timori per il pontefice. Tali preoccupazioni furono espresse, in occasione dell'udienza accordata il 13 febbraio 1930 al Ministro romeno presso il Vaticano, nella quale Pio XI evocò il pericolo sovietico "formidabile per l'intera cultura cristiana d'Europa". Nella stessa occasione, il Sommo Pontefice si interessò anche alla potenziale efficacia dell'alleanza difensiva romeno-polacca e alla preparazione dei sue Stati in caso di un'inaspettata aggressione. Trascorsi due mesi, nell'occasione di una nuova udienza, fu riaffermata l'inquietudine del Papato di fronte al pericolo dell'espansione del comunismo e della nocività dell'ideologia bolscevica, offrendosi, Pio XI, di assicurare l'appoggio della Santa Sde "in caso di bisogno". Due anni dopo, in occasione della revisione delle relazioni bilaterali, questi avrebbe espresso un punto di vista analogo, attirando l'attenzione sul fatto che "a Est ribolle il pentolone del diavolo"[11].
Un ruolo di rilievo nel gestire i rapporti della Santa Sede con i romeni fu assunto dal cardinale Eugène Tisserant nominato il 15 giugno 1936 "secrétaire, c'est à dire pleinement responsable, de la Congrégation pour l'Église orientale".[12] "Entretemps le nouveau secrétaire s'occupait avec son efficacité coutumière de deux Églises particulières, celles des Italo-Grecs-Albanais de Calabre et de Sicile, et de celle des Roumains... Quant à l'Église roumaine de tradition byzantine, elle fut dotée en 1936 d'un collège sur le Janicule destiné à ses jeunes prêtres et séminaristes. Il y a plus, et beaucoup. Car à peine Tisserant avait-il commencé à tenir les rennes de sa Congrégation qu'il fut mêlé à un problème épineux, celui de la nomination d'un nouveau métropolite de Blaj, le chef de cette Église. C'est aussi ce qui explique, du moins en partie, que le cardinal alla passer en Roumanie presque tout le mois de septembre 1937 pour y visiter les catholiques byzantins, sans oublier les Latins d'ailleurs. Visite dont le sommet le 25 fut la réunion avec le cardinal des quatre évêques byzantins conduits par le métropolite Alexandre Nicolescu. Le même soir Tisserant écrivait à sa soeur: "Je crois que l'Église roumaine catholique progresse aussi. C'est à moi de l'aider: il s'y fera du bien, s'il plaît à Dieu". Cette petite phrase du cardinal "C'est à moi de l'aider" indique tout un programme, qu'aurait souscrit à deux mains Pie XI lui-même. C'est d'ailleurs ce que fit le cardinal, et pour toutes les Églises Orientales, tant qu'il fut à la tête de la Congrégation, et cela pendant 23 ans”[13].
Il successore di Pio XI, Eugenio Pacelli, che scelse il nome Pio XII, saliva sul trono pontificio con un'esperienza grandissima nel campo della diplomazia pontificia[14] doppiata però da una propensione mistica ed una devozione mediterranea non spesso incontrata negli ambienti curiali. I suoi rapporti con l'Oriente ortodosso e con la Romania ed i romeni, conoscono due tappe, dolorose entrambe. Una che va fino alla fine della guerra e l'istaurazione dei regimi di tutela sovietica nell'Europa Centro-Orientale, altra che va fino alla morte del pontefice ed e definitavamente segnata dalla rottura del mondo cristiano in due sfere: l'Occidente democratico e l'Oriente soffocato dalla pressione sovietica. In modo ovvio che il pontificato di Pio XII fu il più tormentato tra i pontificati del Novecento. Malgrado questo, durante il pontificato di papa Pacelli sono rintracciabili alcuni segnali che preannunciano i cambiamenti che seguirano soprattutto dopo la sua morte avvenuta nel 1958.
Il periodo in cui Eugenio Pacelli esercitò la sovranità pontificia si apriva sotto alcuni auspici che non prevedevano nulla di positivo. Infatti cosi fu. Però per la questione che m'interessa di analizzare in questa sede, alcuni atteggiamenti, alcune posizioni assunte dal pontefice, testimoniano un' evoluzione della sensibilità ecclesiologica, un avvicinamento non tanto politico quanto ecclesiologico dal mondo romeno. Ovviamente che cercherò di inserire queste posizioni nell'ambito delle generale relazioni con il mondo ortodosso. Come "uomo della Curia", ha entrato nella Curia romana nel 1905[15] per poi essere nominato come diplomatico vaticano (dal 1914 segretario della Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, dal 1917 nunzio pontificio a Monaco di Baviera, poi a Berlino) ha avuto pochi legami con il mondo ortodosso. Ciò che piu l'interessava nell'Europa Centro-Orientale era infatti il pericolo bolscevico[16]. Il 9 febbraio 1930 fu nominato Segretario di Stato della Santa Sede. Fu una grande svolta non solo nella vita personale di Pacelli ma anche nel modo di funzionare del Segretariato di Stato che attraverso il futuro pontefice allargò i suoi orizzonti. In questo quadro credo che si possa inserire anche la firma da parte di Pacelli e del ministro romeno Valer Pop dell'Accordo circa l'interpretazione dell'articolo IX del Concordato, attraverso il quale veniva liquidato il contenzioso patrimoniale fra la Romania e la Santa Sede. Il 2 marzo 1939, Eugenio Pacelli fu eletto pontefice. L'elezione segnò una continuità rispetto al suo predecessore, una continuità sia dal punto di vista ecclesiologico[17] che politico. Però in quanto riguarda i romeni, Pio XII ha compiuto rispetto ai suoi predecessori alcuni passi in avanti nel ridefinire il ruolo giocato dai romeni nella comunione cattolica. Per il periodo che va dagli inizi del suo pontificato fino alla fine della seconda guerra mondiale si possono prendere in considerazione almeno tre circostanze in cui Pio XII ha fatto dei riferimenti che possono essere definiti come ecclesiologici[18] si tratta dall'udienza accordata il 4 marzo 1940 ai prelati romeni uniti[19], il ricevimento il 15 novembre 1940 del nuovo ambasciatore romeno Vasile Grigorcea[20], ed il ricevimento, il 1 agosto 1941, del nuovo ambasciatore della Romania, il generale Daniel Papp[21]. Al di là dei consueti esercizi di retorica, una particolarità dei discorsi di papa Pacelli, il pontefice riesce a sintetizzare in una formula che sembra fosse stata accennata da alcuni atteggiamenti di Pio IX, la percezione ecclesiologica del popolo romeno e della Chiesa romena unita da parte della Santa Sede. Per Pio XII infatti la Chiesa romena unita assume la personalità del popolo romeno, è difatti la parte del popolo romeno che ha scelto la fedeltà al pontefice e fa capo al succesore di Pietro. Per suggerire questo atteggiamento Pio XII si appoggia sulle tesi tradizionali del nazionalismo ottocentesco dei romeni la romanità e la latinità: "Venendo a Roma, voi amate di ritrovarvi il ricordo di Traiano e della civiltà apportata ai vostri antenati da questo grande imperatore... Ma contemplando, la celebre colonna, ... il vostro sguardo sale sino alla sommità del capitello dorico, ove domina la statua dello Apostolo Pietro. Ecco le due Rome, alle quali voi rimanete tradizionalmente attaccati." Ecco come l'educazione giuridica di Eugenio Pacelli riesce ad arrichire un testo che doveva essere un testo comune, con una sostanza ecclesiologica mai incontrata negli altri discorsi tenuti da un pontefice fin'allora. Leggere il testo nella chiave della retorica sarebbe un'errore. Perche Pio XII vuole suggerire qui la continuità di giurisdizione tra l'Impero romano e la Chiesa romana: "Sui passi dei legionari dell'Impero, per le vie aspramente lastricate, che essi avevano aperte, per i ponti dagli archi arditi, che essi avevano costruiti, sono venuti i missionari del Vangelo, apportatori alla Dacia di un'anfora del doppio profumo, affine di istillare nelle anime la virtù cristiana e la antica civiltà latina, che si riassumevano per essi nella fede romana. Di questa unione voi siete i testimono viventi. La vostra fedeltà alla Roma dei Papi vi ha reso capaci di cooperare efficacemente e largamente al progresso della civiltà in Romania". La continuità di giurisdizione tra l'antica Roma e la Roma dei Papi costituisce l'asse sui cui si costruisce l'identità nazionale dei romeni[22]: "la eredità nazionale della lingua, delle istituzioni e dei costumi s'impregna delle idee cristiane e si arrichisce delle virtù evangeliche, comunicando a queste, alla loro volta secondo i paesi e i popoli un delicato profumo locale. È questa continuità di giurisdizione non viene interrota lungo i tempi: "En remontant dans l'histore, nous voyons le Prince Latzcou, voivode de Moldavie, députer des messagers au Pape Urbain V. Mais surtout Notre Prédécesseur Sixte IV rapellé en termes si élévés par Votre Excellence, encouragea Etienne - le Grand dans sa lutte pour la défense commune contre l'ennemi alors ultra-puissant de la chrétienté. Vainqueur la grande bataille de Racova, ce vaillant Prince, qui attribua son triomphe uniquement à Dieu et jeuna quatre jours de suite au pain et à l'eau, envoya une partie des étendards, conquis par lui à l'ennemi en hommage au Pontife". Cosa si deve leggere oltre alle considerazioni fin'ora fatte. Per Pio XII, la via per l'integrazione del mondo cristiano in questa fase del suo pontificato resta la stessa del suo predecessore l'unionismo. Però le Chiese cristiane passate lungo i secoli attraverso il mecanismo dell'unione ecclesiastica sotto la giurisdizione romana non hanno un'autonomia, loro si identificano secondo le tesi pacelliane con la Chiesa cattolica concreta. Dunque Pio XII, in questo momento procede ad un'assunzione della Chiesa romeno unita come parte del corpo cattolico concreto che è il Corpo di Cristo[23]. L'operazione ecclesiologica compiuta dal pontefice elimina la Chiesa ortodossa romena dalla partecipazione alla natura mistica di Cristo questo ruolo essendo asunto dalla Chiesa romena unita, alla quale però non gli si rioconosce la dimensione orientale, fondamentale per la sua costituzione.
Negli anni del dopoguerra ciò che conferi i tratti più marcati al pontificato di Pio XII, fu senza dubbio la percezione del comunismo come grande nemico della Chiesa e suprema minaccia della "civiltà cristiana". La saldatura avvenuta tra l'ideologia comunista la potenza militare e imperiale dell'Unione Sovietica dilagata sin nel cuore dell'Europa e la proliferazione e il crescente consenso raccolto dai movimenti comunisti nell'area occidentale, dava corpo ad una situazione che si presentava, dal punto di vista della Santa Sede, in termini più gravi di quanto gli allarmati timori già espressi durante il conflitto avessero lasciato suppore. Molti fatti inducevano a pensare che a partire dall'Unione Sovietica per giungere alle "reppubliche popolari" in fase di edificazione nei Paesi dell'Est europeo - in alcuni dei quali, come in Polonia, in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Croazia e Slovenia il cattolicesimo aveva profonde radici - s'intendesse smantellare la struttura delle Chiese locali annientandone l'esistenza, incominiciando col separarle da Roma. In Romania ed in Ucraina le comunità cattoliche unite con Roma furono forzatamente incorporate nelle Chiese ortodosse. In Romania come avviene anche in Cina[24] si cerca di creare una Chiesa cattolica nazionale. La perseguizione in Romania infligeva anche la Chiesa ortodossa[25] ma la più colpita risultava la Chiesa cattolica. La risposta o il modello di Chiesa cui in seguito s'ispirava Pio XII rifletteva una visione a sfondo apocalittico del mondo contemporaneo, e tendeva a tradurre la missione salvifica ad essa connaturata, resa più attuale e pregnante dalla catastrofe bellica, in un potere direttivo, esteso e capillare, del vertice pontificio nei confronti di un corpo ecclesiastico pensato come proteso a metterne in atto gli indirizzi in ogni campo e momento della vita personale, familiare e collettiva. L'ideale pacelliano era di una Chiesa costituita da "immense falangi di apostoli", nei quali l'intensità della vita e della pratica religiosa personale e di gruppo si conneteva strettamente a un'intima e rigorosa adesione ai dettati del magistero gerarchico, in particolar modo, pontificio[26]. In questo contesto Pio XII indirizzò un'Epistola Apostolica all'episcopato, al clero e al popolo della Romania, il 27 marzo 1952, epistola intitolata Veritatis facientes[27]. Ciò che colpisce nella lettura dell'epistola apostolica e la concezione ierocratica che ha ispirato Pio XII, l'unico modo nella prospettiva del pontefice romano di poter lottare contro i pericoli che assediano la Chiesa. L'epistola risentiva gli ecchi del recente giubileo celebrato nel 1950. La prospettiva pacelliana di un popolo cristiano sollecito a conformarsi al magistero della Chiesa ed a mobilitarsi in comunione di spirito e d'intenti con il suo capo, figura e vicario di Cristo, trovò uno dei suoi momenti di maggiore intensità nel giubileo celebrato nel 1950 e indetto in nome e con il programma di un "grande ritorno" a Dio e alla sua Chiesa di tutti coloro che ne erano lontani (non esclusi i cristiani separati da Roma): una sorta di crociata dei tempi moderni, divulgata e amplificata dai mezzi di comunicazione, da stuoli di predicatori, da un imponente aflusso di pellegrini a Roma[28]. Attraverso l'epistola Pio XII rivolgeva la parola ai romeni "quasi foste presenti, per mezzo di questa lettera, e assicurarvi che Noi partecipiamo alle vostre pene e alle vostre sofferenze, e che per voi inalziamo a Dio, padre delle misericordie, le Nostre preghiere..." . L'epistola era destinata ad assicurare la solidarietà della Santa Sede e di ribadire il fatto che il papa conosce la situazione. Però come ricordavo sopra Pio XII esortava che tutte le sofferenze fossero trasformate in apostolato e martirio "voi sembrate rinnovare i fasti della Chiesa primitiva"..."desideriamo baciare le catene di coloro i quali, incarcerati ingiustamente, piangono e si affligono per gli assalti alla religione, per la rovina delle sacre istituzioni, per la salvezza eterna dei loro popoli messa in pericolo, più che per le proprie sofferenze e per la perduta libertà." Nel proseguire, il pontefice collega la situazione dei cattolici romeni d'entrambi i riti (però visto che l'epistola viene indirizzata al popolo della Romania, si potrebbe suggerire un estensione del contenuto dell'epistola al popolo romeno nella sua integralità) con i martiri del cristianesimo primitivo che hanno portato la missione cristiana nelle terre romene. Era infatti una continuità di visione ecclesiologica con le parole espresse 10 anni prima però in un contesto radicalmente cambiato: "Già la storia della vostra patria rifulge di splendidi esempi di fede, di costanza e di fortezza cristiana. In età remotissime, infatti, come viene tramandato, si trovano a Durostoro, ad Axiopoli e a Tomi martiri che sparsero il loro sangue per il nome di Cristo... E come già la vostra terra fu impoprporata dal sangue dei martiri, cosi fu irrorata dal sudore apostolico... brilla di luce particolare san Niceta, vescovo di Remesiana, il quale fu l'apostolo infaticabile di codesto popolo." Ritorna l'idea della costante fedeltà dei romeni alla Santa Sede: "Che se lungo il corso dei secoli, per motivo di circostanze dolorosissime, fu talvolta al vostro popolo reso quasi del tutto impossibile l'accesso a questa Sede Apostolica, tuttavia la fede cattolica in mezzo a voi non fu mai estinta".
L'epistola costituisce un secondo momento nel pontificato di Pio XII in cui dal punto di vista ecclesiologico, Pio XII afferma l'appartenenza del popolo romeno, o secondo altre interpretazioni di una parte del popolo romeno alla Chiesa romana. L'espressione popolo usata più volte, l'apello alla memoria di un epoca storica in cui gli antenati degli romeni appartenevano all'orbis romanus suggerisce uno sforzo ecclesiologico da parte di Pio XII ed il superamento di uno schema ecclesiologico che fermava il mondo cattolico alle frontiere della Romania. Secondo il pensiero espresso più volte da Pio XII, i romeni, oppure una parte dei romeni sono parte integrante della comunione cattolica.
Sul trono pontificio alla morte di Pio XII salì, Angelo Giuseppe Roncalli, ormai il beato Giovanni XXIII. Era un pontefice che veniva considerato da molti un "papa di transizione", per l'età avanzata in cui fu eletto papa[29]. Tra i pontefici romani del Novecento era per esperienza diplomatica il miglior conoscitore delle realtà dell'Oriente cristiano, sopratutto dell'ortodossia slavo-bizantina[30]. Nel 1925 fu designato visitatore apostolico in Bulgaria[31].
Nominato da Pio XI delegato apostolico a Constantinopoli alla fine del 1934, s'insediò nella nuova sede con il titolo di arcivescovo di Mesembria nel gennaio 1935, in un momento di grandi tensioni tra il governo di Mustafa Atatürk e tutte le comunità religiose, a loro volta divise da vecchi e nuovi antagonismi. Costretto dalle leggi locali all'abito civile e avviato da parte sua l'apprendimento della lingua turca, che incominciò a usare anche nella lettura del vangelo e nella benedizione conclusiva della messa, approfondi la conoscenza della tradizione patristica d'Oriente, delle Chiese ortodosse e del mondo islamico. A più riprese, non senza incontrare difficoltà e ostilità, visitò la Grecia, alla quale si estendeva la sua funzione di delegato[32]. Nel dicembre 1944 fu nominato da Pio XII come nunzio apostolico a Parigi. Nell'ambito francese ebbe l'occasione di prendere intimo contatto con i fermenti che attraversavano il cattolicesimo francese. Nel 1953 fu nominato patriarca di Venezia, e creato cardinale. A 72 anni era nominato patriarca nella città dei dogi, la città che più di ogni altra città rifletteva l'incontro tra l'Oriente e l'Occidente, e la sua nomina era la più adatta visto la sua esperienza diplomatica che abbracciava sia l'area del cristianesimo orientale, che quella del cristianesimo occidentale. Ovviamente il gesto più importante compiuto da Giovanni XXIII fu quello di convocare un concilio ecumenico della Chiesa[33].
Purtroppo Giovanni XXIII non ebbe tempo per mettere in atto tutto ciò che si presumeva all'inizio del suo pontificato potesse portare ad un'apertura verso le Chiese orientali. I problemi complessi della Chiesa Cattolica hanno richiamato l'intera attenzione del pontefice verso i cosidetti aspetti interni. Però in un gesto di grande apertura papa Roncalli ha invitato i capi delle Chiese ortodosse dell'Oriente di inviare dei delegati ai lavori conciliari.
Sui contatti tra Giovanni XXIII e i romeni, oppure la Romania comunista in questo momento della ricerca storica non si conoscono molti particolari. Comunque attraverso le cariche diplomatiche detenute fino al 1944 lui dovrebbe aver avuto dei contatti con i presuli o realtà romena[34]. Però anche se così breve anche nel pontificato di Giovanni XXIII è rintracciabile una propensione per i romeni. Si tratta dalla proclamazione dell'eroicità delle virtù del venerabile servo di Dio, Geremia da Valacchia[35] avvenuta nella Sala Clementina venerdi 17 dicembre 1959[36]. Era un atto di particolare sensibilita ecclesiologica da parte di papa Roncalli. Affermo questo perche devo spiegare quale fu la storia del riconoscimento della santità di questo fratello laico Geremia da Valacchia. Non vorrei insistere su altri particolari delle vicende di Geremia perche adesso la storia personale di Geremia da Valacchia e relativamente conosciuta nell'ambito romeno. Le prime indagini sui miracoli compiuti dal futuro beato Geremia risalgono alla fine del Seicento. Una documentazione richiesta dalla Santa Sede in merito fu per la prima volta inviata a Roma alla Congregazione che si occupava per le cause dei santi nel 1686. Però a partire da quel momento tutte le procedure furono fermate malgrado il fatto che il sepolcro di Geremia costituiva una metà di pellegrinaggio. Le procedure in vista della beatificazione (la proclamazione dell'eroicità delle virtù costituisce una tappa essenziale nella proclamazione di un nuovo beato) furono riprese non durante il pontificato di Giovanni XXIII, ma durante il pontificato di Pio XII. Gli atti ufficiali in vista della beatificazione hanno conosciuto più redazioni, una nel 1951, un'altra nel 1954 ed infine nel 1958[37]. Il postulatore - postulator in causis sanctorum era il sopraricordato cardinale Eugene Tisserant, l'uomo che a partire dal pontificato di Pio XI ha assunto la responsabilità dei rapporti con le Chiese dell'Oriente, ma anche il decano del Sacro Collegio, dunque una delle più alte cariche all'interno della Curia romana. L'avvio del processo di beatificazione nel 1951 s'iscriveva infatti nell'ambito delle risposte concrete che la Santa Sede si preparava ad offrire come sostegno alla Chiesa cattolica di entrambi i riti perseguitata in Romania. Era un'apertura ecclesiologica perche per la prima volta la Santa Sede aveva l'intenzione chiara di beatificare un personaggio che appartenesse non tanto alla chiesa cattolica, quanto al popolo romeno, visto l'esperienza personale di Geremia da Valacchia che arrivò in Italia con un patrimonio spirituale di chiaramente ispirazione orientale. Il momento ufficiale della celebrazione dell'esercizio eroico delle virtù avviene il giorno di 17 dicembre 1959 quando furono letti i decreti della Sacra Congregazione per i Riti, decreti firmati da Giovanni XXIII. La sensibilità ecclesiologica e presenta anche attraverso il fatto che nello stesso giorno fu proclamata l'eroicità delle virtù di una donna statunitense Elisabeth Ann Bayley, fatto sottolineato dal pontefice nella sua allocuzione[38]. Però in questa sede ci interessano le parole espresse dal pontefice su Geremia da Valacchia. Dall'inizio del discorso il pontefice si riferisce chiaramente alla Romania, bensì, il postulatore non era romeno, e suggerisce sulla scia di Pio XII i rapporti tra il paese ormai sotto dominio comunisto e la città eterna, ma anche città di Pietro: "un vecchio paese, di Europa che anche nel nome ricorda i suoi legami con la madre comune delle genti". Credo che il pontefice riferendosi alla città di Roma come alla madre comuni delle genti non alludeva solo alla giurisdizione nel campo religioso, ma soprattutto alla matrice romana della civilisazione romena, argomento appoggiato anche dalla considerazione che la Romania appartiene all'Europa. Proseguendo il discorso il pontefice svela chiaramente il ruolo assunto da questa cerimonia, e le finalità di questa proclamazione dell'eroicità delle virtù di Geremia da Valacchia: "Siamo all'indomani della celebrazione del Concistoro, in cui ricordavamo con parola mesta, ed avevamo presenti agli occhi ed al cuore, i paesi nei quali, come in Romania, i cattolici stanno attraversando l'ora della prova permessa dalla Provvidenza, e Ci pare che dall'avello dell'umile figlio di San Francesco si sollevi come un monito a più spedito cammino, a più confidente preghiera, a più generoso servizio della causa del bene". Giovanni XXIII con parole calde ma piene di significativa sapienza descrive brevemente l'itinerario spirituale di Geremia. È molto interessante da seguire l'intinerario di Geremia, quarantasette anni di umile servizio, all'interno dell'Ordine francescano, cioè l'ordine che più che altri ordini è stato ed è coinvolto nel dialogo con le Chiese d'Oriente ed era ed è credo il più rappresentativo ordine religioso nella Moldavia di Geremia da Valacchia. Il papa suggerisce la continuità di legame tra Geremia e la sua terra, continuità che più di ogni altra circostanza giustificava l'atto che si svolgeva nella Sala Clementina: "Negli occhi innocenti di fra Geremia c'era il riflesso delle sconfinate pianure della sua patria terenna, cui egli pensava con filiale tenerezza".
Dunque Giovanni XXIII aveva portato al compimento un processo avviato durante il pontificato di Pio XII. Credo che sia molto rilevante per l'operato ecclesiologico della Santa Sede, che tra la proclamazione dell'eroicità delle virtù e la beatificazione propriamente detta trascorsero ben 34 anni, anni che significano un silenzio, ma un silenzio che parla della cura della Chiesa per i rapporti con i paesi dell'Est e sopratutto del pontificato pieno di dramaticità di Paolo VI[39]. Infatti se l'anno 1983 e l'anno della beatificazione di Geremia di Valacchia, e anche uno dei primi anni della ripresa attiva della cosidetta Ostpolitik vaticana da parte di Giovanni Paolo II.
Sebbene il processo di beatificazione di Geremia da Valacchia restò fermo durante il pontificato di Giovanni Battista Montini, Paolo VI ha ridimensionato il pensiero ecclesiologico relativo ai romeni attraverso altri gesti pieni di significato dove l'ecclesiologia s'intreccia attivamente e positivamente con i rapporti diplomatici e politici[40].
Paolo VI salì sul trono pontificio il 21 giugno 1963, dopo la morte di Giovanni XXIII avvenuta il 3 giugno. Iniziava un nuovo pontificato pieno di speranza ma anche di angoscie visto che i lavori del concilio Vaticano II erano in corso e dal papa Paolo VI si aspettava una guida nel indirizzare la Chiesa del terzo Millenio verso il cammino giusto dinanzi alle provocazioni del mondo secolare, ma anche alle contestazioni all'interno della Chiesa. Giovanni Battista Montini iniziava il pontificato avvendo alle spalle una lunga esperienza sia politico-diplomatica che pastorale. Veniva infatti a succedere a Giovanni XXIII dopo una lunga cariera all'interno della Curia ai vertici della Segreteria di Stato, e poi dal 1 novembre 1954 come arcivescovo di Milano. Uno dei più sensibili pontefici del Novecento, Paolo VI aveva un'ottima conoscenza delle realtà
dell'Europa Orientale e delle Chiese ortodosse[41]. Non è il caso insistere qui sull'attività intensissima e conosciutissima del pontefice nel campo dei rapporti con le Chiese dell'Oriente: la visita in Terra Santa, gli incontri con il patriarca Athenagora[42] etc.[43] Gli atti e i gesti compiuti da Paolo VI e relativi ai romeni possono essere annoverati tra gli atti istituzionali del pontefice. Il problema che più aveva al cuore Paolo VI era il problema della Chiesa romena unita[44], distrutta dai comunisti dal punto di vista instituzionale ma che dal punto di vista sacramentario continuava a susistere, in clandestinità, segnale che l'esortazione di Pio XII è stata ascoltata e seguita ma anche della maturazione e la consapevolezza di questa Chiesa[45].
In questo contesto avviene il gesto più significativo compiuto da un pontefice (fino al 1983 quando fu beatificato Geremia da Valacchia), cioè la creazione del primo cardinale romeno. Generalmente nella storiografia romena l'istituzione del cardinalato è sconosciuta, essendo in modo categorico considerata un'istituzione che appartiene alla Chiesa Romano-Cattolica. Ed infatti la giustificazione esisteva perché nessun romeno che avesse appartenuto alla Chiesa greco-cattolica fosse stato elevato agli onori della porpora cardinalizia. Il collegio di cardinali era prevalentemente un'istituzione della Chiesa latina, bensi esistevano prestigiosi precedenti, come il cardinale Bessarione per esempio. Comunque il collegio dei cardinali rappresentava l'organismo collegiale più rappresentativo nella Chiesa Romana. L'ingresso di un romeno nel collegio cardinalizio rappresenta una nuova tappa istituzionale nella vita della Chiesa Cattolica di entrambi i riti della Romania novecentesca.
Il primo cardinale romeno fu Iuliu Hossu, vescovo romeno unito[46]. Credo che sia ricco di
significati dal punto di vista ecclesiologico che sia il primo beato romeno Geremia da Valacchia che il primo cadinale romeno, Iuliu Hossu valorizzavano non tanto un'esperienza romena pienamente latina, quanto appunto ciò che è la specificità romena, questo intrecciarsi tra Occidente e Oriente, questo tramite tra una spiritualità orientale ed altra occidentale. Iuliu Hossu fu creato cardinale nel concistoro del 28 aprile 1969. Fu però creato cardinale in pectore. La pubblicazione dell'avvenuto innalzamento alla beretta cardinalizia fu fatta nel concistoro del 5 marzo 1973. Fu creato cardinale in pectore per due ragioni. La prima ragione era dovutà all'umiltà ed alla fedeltà dottrinaria di Iuliu Hossu che ha sollecitato al pontefice di mettere sotto silenzio la sua creazione come cardinale. La seconda ragione era dovuta alle circostanze politiche particolari in cui viveva il nuovo cardinale, in reclusione in un monastero ortodosso senza avere la possibilità di essercitare l'ufficio vescovile, sempre sotto un rigoroso controllo da parte dell'autorità dello stato ateo romeno: "Les États communistes se sont employés à exclure au maximum les autorités religieuses locales de ce dialogue, au bénefice des relations inter-étatiques"[47]. Erano però anche altre ragioni politiche che impedivano la publicizzazione della creazione del primo cardinale romeno, ragioni che possono essere relazionate con gli avvenimenti del 1968 avvenuti in Cecoslovacchia e con la posizione della Romania al riguardo. La pubblicazione nel concistoro del 1973 fu resa possibile sempre da due circostanze particolare. La prima molto triste era la morte del neocardinale della Sancta Romana Ecclesia, il 28 maggio 1970. La seconda è attinente più al politico che al ecclesiologico è fu l'incontro tra il pontefice Paolo VI e il segretario generale del Partito Comunisto Romeno, Nicolae Ceauşescu[48], incontro svoltosi nel 1973 nel Palazzo Apostolico di Piazza San Pietro[49]. Sono piene di significato ecclesiologico le parole espresse dal pontefice nel
concistoro del 5 marzo 1973[50]. Ma ciò che colpisce oltre all'elogio sincero fatto al cardinale Iuliu Hossu sono alcuni accenni istituzionali credo io senza precedente. Il più importante è il sintagma Ecclesiae Dacoromanae ritus Byzantini - la Chiesa dacoromana di rito bizantino. Malgrado il fatto che nel linguaggio ufficiale, la Chiesa a cui apparteneva Iuliu Hossu si chiamava la Chiesa Romena Unita con Roma, oppure nel linguaggio della cancelleria austriaca la Chiesa greco-cattolica, Paolo VI utilizza un'altra denominazione, molto ricca in significato. Il contenuto semantico di questo sintagma conduce automaticamente alle origini di questa Chiesa, alle origini della giurisdizione, cioè una chiesa che trae le sue origini da Roma. Credo che sia molto facile rintracciabile in questo sintagma la lettura dei discorsi di Pio XII e Giovanni XXIII. Ma non solo le origini sono suggerite. È suggerita anche la continuità di giurisdizione, una continuità che ha mantenuto fedele alla Chiesa madre la Chiesa dacoromana. Potrebbe ingannare questa denominazione che sembra avere qualche cosa vetusta. Ma niente è vetusto, c'è solo una continuità di giurisdizione che trova compimento nel riconoscere il vescovo Iuliu Hossu come cardinale della Chiesa romana. Oserei andare più avanti con questa riflessione. Ovviamente che Paolo VI era consapevvole dal peso istituzionale estremamente ridotto o quasi nullo della Chiesa romena unita. La Chiesa Dacoromana di rito bizantino è infatti nella concezione pontificia la Chiesa romena nella sua integralità. La nomina del porporato romeno viene annunciata all'universa Ecclesia ma anche alla maxima Ecclesia Dacoromana[51]. Dunque l'intenzione di Paolo VI non si ferma a riconoscere attraverso la creazione del cardinale Iuliu Hossu il martirio della Chiesa romena unita, ma la valorizzazione ed il riconoscimento della Chiesa romena. Si potrebbe discutere criticamente questa mia affermazione. Però credo che le parole espresse dal pontefice illustranno meglio ciò che papa Montini voleva dire. Dunque il cardinale Iuliu Hossu, prima di essere un cardinale greco-cattolico è il primo cardinale romeno, attraverso cui la Chiesa romena e non solo quella romeno-unita prende peso nel Sacro Collegio della Chiesa Cattolica. È la prima affermazione istituzionale all'interno del collegio dei cardinali della Chiesa romena.
Una seconda occasione per Paolo VI di fare caute ma piene di significato rimarche ecclesiologiche è nello stesso 1973, 22 ottobre, l'udienza accordata ad una delegazione della Chiesa romena unita che funzionava in esilio, delegazione guidata dal vescovo Vasile Cristea. Secondo l'interpretazione del papa Montini la delegazione rappresentava una parte dela Chiesa di Romania che secondo gli antichi usi veniva a riaffermare alla Tomba dell'Apostolo Pietro, la fedeltà alla Chiesa Romana ed al successore di Pietro. Il papa si rivolge ai pellegrini romeni esprimendo le sue preoccupazioni per la vita religiosa dei romeni che malgrado le circostanze difficile non abbandonano la Chiesa romana: "Ben sappiamo che in mezzo alle loro difficoltà, essi rimangono saldamente attaccati a Cristo ed al suo Vicario in terra". In merito alle aperture del regime comunista di Ceauşescu Paolo VI auspica un miglioramento della vita religiosa romena: "con l'aiuto di Dio e la necessaria comprensione di tutti, si potranno superare quegli ostacoli per cui la vita e lo sviluppo della Chiesa non riescono a realizzarsi pienamente nelle condizioni volute da Cristo stesso per Essa." Ciò che colpisce nel discorso pontificio e il modo in cui Paolo VI chiude il discorso. Per la prima volta rispetto ai suoi predecessori e con l'uso di un sintagma elaborato durante i lavori del concilio Vaticano II si rivolge agli ortodossi romeni: "... osiamo sperare fermamente che anche i nostri fratelli di Romania, ai quali ci unisce la medesima fede cristiana ma che ancora non sono in piena comunione[52] con la Chiesa Cattolica, condividano queste nostre ansie e sentano come propri i nostri e vostri desideri". Dunque comme affermavo poco prima il pontefice ha considerato quella delegazione di preti romeni uniti non nella sua particolarità istituzionale ma nella sua rappresentatività nazionale[53]. È da discutere questo aspetto, è da vedere quando gli archivi sarano aperti come si sono svolte le tratative tra Paolo VI e Nicolae Ceauşescu. È ovvio però un passo ecclesiologico in avanti compiuto da Paolo VI nel valutare il rapporto con l'ortodossia romena. Le parole fratelli separati che di solito dopo Vaticano II sono in uso per designare le realtà ecclesiali orientali, sono qui sostituite da un sintagma più vicino alla sensibilità ecclesiologica di Giovanni Battista Montini "fratelli che ancora non sono in piena comunione con la Chiesa Cattolica". È la prova della maturità ecclesiologica raggiunta da Paolo VI e dalla Santa Sede che non guarda all'Oriente cristiano come ad un'altra realtà ecclesiale, ma come alla stessa realtà "la medesima fede cristiana" che per circostanze dolorose da superare però non è ancora nella piena comunione con la Chiesa universale. Era il segnale del cambiamento della percezione ecclesiologica dell'Ortodossia romena, una Chiesa che potrebbe superare i vecchi antagonismi che ha diviso la Chiesa Orientale da quella occidentale. Sulla scia diretta di questa nuova percezione ecclesiologica può essere inteso il gesto di Giovanni Paolo II di visitare come primo paese ortodosso il nostro paese, la Romania.
[1] "In una Relazione sui vari Stati presentata al nuovo Pontefice Pio XI nel 1922 dalla Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari si attira l'attenzione del papa su alcuni Paesi (Austria, Belgio, Bolivia, Cecoslovacchia, Francia, Germania, Grecia, Italia, Iugoslavia, Olanda, Palestina, Portogallo, Romania, Spagna, Svizzera, Ungheria) dei quali vengono sintetizzate la situazione politica e lo stato delle relazioni con la Santa Sede, le questioni diocesane e quelle patrimoniali... In Romania era in corso una lunga discussione sulla stipulazione di un concordato del quale erano stati predisposti diversi, successivi progetti che, pur se in sostanza giudicati positivamente dal Vaticano, avevano incontrato l'opposizione dei vescovi romeni che non ritenevano "sufficientemente tutelati gli interessi cattolici". Enciclopedia dei Papi, vol. III, Innocenzo VIII - Giovani Paolo II, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 2000, p. 623.
[2] In una conversazione con un diplomatico romeno Pio XI ha dichiarato che dalla giovinezza fu attirato dalla storia dei romeni, Discorsi di Pio XI, edizione italiana, a cura di Domenico Bertello, volume secondo, 1929-1933, Società Editrice Internazionale, p. 297–298.
[3] "Un difficile dopoguerra, quattro dittatori (Mussolini, Hiltler, Stalin e Franco) la grande crisi finanziaria del 1929, le guerre coloniali, la situazione del Messico, la guerra di Spagna, le leggi razziali tedesche e italiane, la preparazione del secondo conflitto mondiale saranno gli ingredienti politici ed ideologici del mondo che l'antico bibliotecario dell'Ambrosiana e della Vaticana si sarebbe trovato ad affrontare". Enciclopedia dei Papi, vol. III p. 621.
[4] Fabrice Bouthillon, D'une théologie à l'autre: Pie XI et le Christ-Roi, in Achile Ratti Pape Pie XI, École française de Rome, Palais Farnèse, 1996, p. 293–303
[5] Marc Agostino, Le pape Pie XI et l'opinion (1922–1939), École française de Rome, Palais Farnése, 1991, p. 107–111.
[6] Negli anni 1922–1925 i fedeli soggetti alla Congregazione "De Propaganda Fide" passarono da 12 a 18 milioni.
[7] "... la question des Eglises orientales orientales et des rites orientaux passionnent le souverain pontife qui multiplie les gestes d'intérêt pour cette partie de la chrétienté...", Marc Agostino, op. cit., p. 280
[8] G. Zanarini, Pape et Patriarches, Paris, 1962, p. 153, apud Marc Agostino, op. cit., p. 283.
[9] "... la formation de prêtres en vue de l'union avec l'Orient est le sens de «Rerum orientalium» publiée en septembre 1928. L'encyclique stimule les études orientales et démontre la sollicitude de Pie XI pour ces Eglises.... C'est à Rome, envisagée comme centre de pouvoir que se forge l'arme d'une reconquête spirituelle qui jusque-là était envisagée sur le terrain, voire à la suite d'une analyse eronée des conséquences de la Première guerre mondiale sur l'Orient, comme un retour de ces Eglises dans le giron romain". Marc Agostino, op. cit., p. 284.
[10] "... la Romania, diventava il primo Stato in cui agisce una gerarchia cattolica centralizzata, in un ambiente non cattolico. a Roma, papa Pio XI espresse la speranza che la firma del Concordato costituisse "un punto di partenza verso un avvenire di grandi realizzazioni reciproche". La Romania e la Santa Sede. Documenti diplomatici, a cura di Dumitru Preda, Libreria Editrice Vaticana, 2000, p. 13.
[11] Ibidem, p. 13–14.
[12] Edmond Hamby, Pie XI et Eugène Tisserant, in Achile Ratti Pape Pie XI, p. 220.
[13]Ibidem, p. 221–222.
[14] Pierre Blet, Le cardinal Pacelli, secrétaire d'état de Pie XI, in Achille Ratti Pape Pie XI, p. 197–213.
[15] Come giovane nunzio aveva espresso l'opinione: "Io appartengo tutto intero alla Santa Sede".
[16] Pacelli intrecciò trattative - definitivamente interotte nel 1928 - con l'ambasciatore e con il comissario agli Esteri dell'URSS, Krestinski e Ciaerin, volte a migliorare, nei limiti del possibile, la situazione della Chiesa cattolica in quel paese secondo una linea di tendenziale flessibilità.
[17] "... l'interpretazione pacelliana della propria missione apostolica di pastore della Chiesa universale trovava le sue radici nei lineamenti di un'ecclesiologia definita nei suoi aspetti essenziali nell'enciclica Mystici Corporis Christi, del 29 giugno 1943: dove i fermenti teologici, emersi tra le due guerre principalmente in area francese o tedesca, che si erano focalizzati sulla definizione della Chiesa come "corpo mistico", erano stati ricondotti e inseriti in un più tradizionale quadro istituzionale e gerarchico, imperniato sul vicario di Cristo, supremogarante dell'unità disciplinare e dottrinale della Chiesa "corpo sociale di Cristo", e sua guida indefettibile nelle tribolazioni del presente e del futuro", Enciclopedia dei Papi, vol. III, p. 638–639.
[18] "Il papa prepara con grande meticolosità i suoi discorsi ed i messaggi rivolti a chi lo visita, consapevole che potranno avere un'eco anche al di fuori della circostanza immediata. I contatti pubblici, i discorsi, l'aspetto magisteriale vengono ad essere una parte molto rilevante del lavoro del papa, a cui egli si dedica con cura e passione". Andrea Riccardi, Il potere del papa da Pio XII a Paolo VI, Editori Laterza, Bari, 1988, p. 21.
[19] Discorsi e radiomessaggi di Sua Santità Pio XII. Secondo anno di pontificato 2 marzo 1940 – 1 marzo 1941, Milano, Società Editrice "Vita e Pensiero", 1942, p. 13–18.
[20] Ibidem, p. 315–318.
[21] Ibidem, p. 169–173.
[22] Vedi in merito il capitolo "La romanitas": veicolo costante di universalismo istituzionale in Giuseppe Battelli, Pio XI e le chiese non occidentali. La questione dell'universalità del cattolicesimo, in Achile Ratti Pape Pie XI, p. 757–761.
[23] "Résultat des débats ayant eu lieu dans les milieux théologiques chrétiens pendant plus de quatre décennies, Mystici Corporis Christi du 29 juin 1943 porte l'empreinte de la spiritualité de Pie XII. Selon les thèses exposées dans l'encyclique, l'Eglise catholique est identique "au corps mystique de Jésus" et comprend des communautés latines et des communautés orientales (qui son en communion avec Rome). Les communautés orientales ne sont plus considérées come un appendice de l'glise catholique, mais y appartiennent du droit. Cependant le "corp mystique de Jésus" est l'équivalent de l'Eglise catholique concrète. "ceus qui sont şeparés par la foi et par le gouvernement (regimine) ne peuvent pas vivre dans le corps unique de Dieu, ni par l'entremise du Saint Esprit. Le "corps myustique de Jésus" est conçu comme une realité socio-corporative organique, il est identique à l'Église catholique romaine". Şerban Turcuş, Varia Catholica. Studii de Istorie şi Eclesiologie, Presa Universitară Clujeană, Cluj-Napoca, 1998, p. 118–119.
[24] Vedi il capitolo Il comunismo asiatico in Andrea Riccardi, Il secolo del martirio, Arnoldo Mondadori, Milano, 2000, p. 229–267.
[25] "...la presenza ridotta e quasi simbolica della Chiesa nella società era considerata un problema dal potere comunista. Il fantasma della Chiesa infastidiva il sistema sovietico. La nuova classe dirigente combatteva non solamente il ruolo sociale dell'ortodossia, ma complessivamente il radicamento delle religioni nel paese. Queste dovevano scomparire nella nuova società socialista per la generalizzata disaffezione popolare e sotto la pressione della persecuzione. L'affermazione di questo obbiettivo non si fondava solo sulla persuasione e sulla propaganda (di cui il regime aveva monopolio), ma anche sulla distruzione di quegli uomini e di quelle donne che rappresentavano modelli sociali e antropologici giudicati irrecuperabili o addiritura pericolosi per il contagio del loro esempio". Ibidem, p. 28.
[26] Enciclopedia dei Papi, vol. III, p. 642.
[27]Discorsi e radiomessaggi di Sua Santità Pio XII. XIV. Quattordicesimo anno di pontificato 2 marzo 1952 - 1 marzo 1953, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1953, p. 485–491.
[28] Enciclopedia dei Papi, vol. III, p. 643.
[29] "L'elezione avveniva in un momento critico per la Chiesa cattolica, al termine del drammatico pontificato di papa Pacelli attraversato da molteplici fermenti teologici e disciplinari duramente contrastati dagli ambienti curiali e dagli episcopati più tradizionalisti, e per l'ordine internazionale, sul quale pesavano i tragici eventi del 1956, che avevano fatto seguito al XX congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e alle prime avvisaglie di distensione.", Enciclopedia dei Papi, vol. III, p. 650.
[30] "Roncalli veniva dall'esperienza della Bulgaria e dalla conoscenza del mondo turco e greco". Andrea Riccardi, Il potere del papa, p. 164.
[31] "Improntò la sua missione a rapporti di amicizia e di collaborazione con la Chiesa ortodossa autocefala bulgara, e all'opera di soccorso ai profughi bulgari provenienti dalla Tracia e dalla Macedonia acquisite dalla Grecia", Enciclopedia dei Papi, vol.III, p. 647.
[32] Ibidem.
[33] L'annuncio fu dato il giorno di 25 gennaio 1959 nella basilica di San Paolo fuori le Mura.
[34] Angelo Giuseppe Roncalli fu coinvolto nei negoziati internazionali sullo statuto degli ebrei romeni durante il regime Antonescu, A. Martini, La Santa Sede e gli ebrei della Romania durante la seconda guerra mondiale, in "La Civiltà Cattolica", 1961, vol. III, p. 449–463.
[35] L'esercizio eroico delle virtù suppone: "che una persona ha vissuto per lungo tempo (diuturno tempore) lasciandosi animare in tutto dallo Spirito di Dio, e ciò nei vari aspetti della vita personale, familiare, sociale. Ciò vuol dire che la persona in tutto il suo agire è stata guidata dalla fede, animata dalla carità, sostenuta dalla speranza, e che di conseguenza ha praticato le varie virtù cardinali. Perciò il suo modo di vivere è da considerarsi esemplare." Nuovo dizionario di diritto canonico, Edizioni San Paolo, 1996, p. 109–110.
[36] Discorsi, messaggi, colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII. II. Secondo anno del pontificato 28 ottobre 1959 - 28 ottobre 1960, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1961, p. 79–83.
[37] Vedi per particolari Veronica Turcuş, Bibliografia istorică româno-italiană, Presa Universitară Clujeană, Cluj-Napoca, 1997, vol. I, p. 307–308.
[38] "Basti dire i nomi delle nazioni che diedero i natali a questi eroi della fede, ben diversi tra loro di condizione sociale, di età, di periodo storico: ma oggi provvidenzialmente ravvicinati. Diciamo, la Romania fu la patria di fra Geremia da Valacchia, e gli Stati Uniti di America lo furono di Elisabetta Setton".
"L'Église catholique ne peut se confondre avec l'espace - réduit - des démocraties libérales. Elle ne peut se confondre ni avec un système politique, ni avec un espace géographique: les sociétés occidentales riches. Elle prend aussi conscience dans les annés 60 de la consolidation du système communiste en Europe". Hélène Carrère D'Encausse, Paul VI et l'Ospolitik, in Paul VI et la modernité dans l'Église, École française de Rome, Palais Farnèse, 1984, p. 549.
[39] Ibidem, p. 547–554.
[40] "Sans rien ignorer de l'intransigeance doctrinale du marxisme, la diplomatie pontificale s'est donc efforcée de voir comment structurer la présence de l'Église dans le cadre du système politique existant. Tel est précisément l'objet de son dialogue pastoral avec les États d'idéologie athée: la recherche d'un espace vital qui se mesure à l'étendue des libertés. Ce qui ne veut pas dire que l'Église soit en quête d'un minimum indispensable: "Elle désire obtenir ce qui est nécessaire, quitte ensuite à se replier sur ce qui est indispensable". André Dupuy, Paul VI et la diplomatie pontificale, in Paul VI et la modernité dans l'Église, p. 468.
[41] "In questo periodo la politica vaticana ha cominciato a considerare la sopravivenza ed il rafforzamento delle Chiese ortodosse come un fatto non irrilevante. L'ortodossia, in varie nazioni dell'Est rappresenta la presenza cristiana nel mondo comunista, che la Chiesa di Roma superando vecchi antagonismi, considera rilevante per gli interessi religiosi generali". Andrea Riccardi, Il potere del papa, p. 276.
[42] Tra il dicembre 1964 e i primi mesi del 1965 Paolo VI compì alcuni gesti simbolici: fu disposta e avviata la restituzione ad alcune chiese ortodosse di venerande reliquie (di San Andrea a Patrasso, di San Saba a Gerusaleme, di San Tito a Creta, di San Marco ad Alessandria) trasportate in passato in Occidente e il 5 marzo venne riconsegnato alla Turchia uno dei vessilli conquistati il 7 ottobre 1571 dalla flotta cristiana nella battaglia di Lepanto e conservato a Santa Maria Maggiore. Enciclopedia dei Papi, vol. III, p. 667.
[43] Per una prospettiva generale sulla dimensione ecumenica durante il pontificato di Paolo VI da vedere Yves Congar, L'oecuménisme de Paul VI, in Paul VI et la modernité dans l'Église, p. 807–820.
[44] Attraverso il decreto Orientalium Ecclesiarum del 21 novembre 1964, il concilio Vaticano II afferma che la Chiesa cattolica riconosce i cattolici orientali come i suoi propri figli cge conservano il loro patrimonio spirituale, liturgico, disciplinare e teologico ed hanno l'obbligo di preservare questo patrimonio in piena comunione con i fratelli che seguono la tradizione occidentale. Il loro patrimonio con le sue diverse tradizioni appartiene alla piena cattolicità ed apostolicità della Chiesa. Il decreto conciliare chiama le Chiese orientale cattoliche: Chiese particolare oppure riti" che appartengono al corpo di una santa Chiesa. Più esplicità e la costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen Gentium dove si afferma che la Divina Provvidenza ha fatto sicché diverse Chiese in diversi posti fondate dagli apostoli e dai loro successori lungo i secoli hanno costituito diverse comunità che conservando l'unità della fede e la costituzione della Chiesa universale godono di una propria disciplina, di un patrimonio teologico e spirituale proprio. Dunque le Chiese Orientale Cattoliche, malgrado il fatto che furono riconosciute dalla Sede Apostolica dopo la rottura della comunione tra l'Oriente e l'Occidente hanno le loro radici in quelle matrici della loro fede e delle sue tradizioni. Perciò la Chiesa cattolica non s'identifica con la Chiesa latina ma s'identifica con varie Chiese e riti, cioè la Chiesa latina dell'Occidente e le Chiese orientali in comunione con Roma, che ben diverse tra di loro attraverso i riti liturgici la disciplina ecclesiastica sono unite tra di loro mediante la fede, sacramenti e il riconoscimento del primato del ministero di Pietro. Şerban Turcuş, Paul al VI-lea şi Biserica Română Unită, in "Studia Universitatis Babeş-Bolyai. Series Theologia Catholica", 1998, nr. 1, p. 102.
[45] Da vedere in merito Ignace Dick, Vatican II et les Églises orientales catholiques, in Le deuxième concile du Vatican (1959–1965), École française de Rome, Palais Farnèse, 1989, p. 615–625.
[46] "Tutte le storie dei vescovi romeni orientali sono dolorose. In Occidente mancavano notizie. Il 15 novembre 1957 in occasione del quarantesimo anniversario della consacrazione episcopale di mons. Hossu, Pio XII gli indirizzò una lettera che il governo rifiutò di trasmettergli. Hossu fu creato cardinale in pectore da Paolo VI nel concistoro del 1969. Le autorità proposero al cardinale di espatriare, ma egli rifiutò. Ammalatosi nel 1970, venne ricoverato nell'ospedale Colentina di Bucarest, dove i greco-cattolici della capitale lo vegliavano constantemente: Ho sacrificato la mia vita intera per la Chiesa greco cattolica - dichiarò -, io chiedo di essere seppellito da un prete greco-cattolico, se se ne trova uno per adempiere a questa volontà", A Riccardi, Il secolo del martirio, p. 165.
[47] Hélène Carrère d'Encausse, Paul VI et l'Ostpolitik, p. 550.
[48] "I governi di Gheorghiu-Dej e di Ceauşescu, da una parte, perseguivano la costruzione dell'uomo nuovo socialista, liberato dalle superstizioni religiose; d'altra parte valorizzavano la particolarità nazionale, funzionale all'esaltazione della via romena al socialismo, e quindi riconoscevano il ruolo dell'ortodossia nella civiltà romena. Il legame profondo fra nazione e religione è, infatti, alle radici dell'identità nazionale romena. La sua compenetrazione con la storia nazionale e il largo seguito popolare costituivano un elemento di forza della Chiesa", A. Riccardi, Il secolo del martirio, p. 148.
[49]Insegnamenti di Paolo VI, XI, 1973, Tipografia Poliglotta Vaticana, p. 542-543. "Ses rencontres avec les responsables politiques des pays de l'Est sont une expression de ce dialogue pastoral de l'Église avec tous les hommes, quelle que soit l'idéologie ou le régime qu'ils représentent. Elles appartiennent à l'exercice de la "paternité universelle" du ministère de Pierre. Les refuser, ce serait priver le responsable d'un pays non catholique d'une connaissance plus exacte, et moins impartiale, de l'Église et du Saint Siège. Les accepter, c'est offrir au pape l'occasion privilégiée d'aborder le problème de la reconnaissance des droits à la liberté religieuse.", André Dupuy, Paul VI et la diplomatie pontificale, p. 469.
[50] "Alterum etiam in animo fuit eligere egregium ministrum, qui de ea optime meruit fidelitate, diuturnis cruciatibus et acerbitatibus, quarum illa, id est fidelitatis, erat origo; fuit ipse quasi regnum et lumen huiusce fidelitatis tot Episcoporum, sacerdotum religiosorum, religiosarum et fidelium Ecclesiae Dacoromanae ritus Byzantini. Loquimur de Venerabili Fratre Iulio Hossu, Episcopo Claudiopolitano-Armenopolitano, qui die vicesima octava mensis Maii anno millesimo nongentesimo septuagesimo e vita discessit. Hic autem, cum de proposito Nostro certior factus esset, Nos enixe rogavit, ne id exsequeremur, causas afferens, quae tantam dignitatem testabantur et virum ostendebant insigni exemplo sui ipsius prorsus immemorem, nec non Ecclesiae suae servitio modo animos commovente deditum, ut officio Nos obstringi sentiremus optatis eius obsequendi saltem sic ut eius in Cardinalium Collegium cooptationem tunc non annuntiaremus.
Nunc vero, cum is morte decesserit ex hominum conspectu, apud quos grata eius memoria ac triste desiderium adhuc vigent, paene obligari Nos putamus, ut universa Ecclesia, maxime ecclesia Dacoromana, hanc voluntatem Nostram cognoscat, unde solacium capiat et animorum hauriat confirmationem, itemque intellegat quibus de causis idem propositum Nostrum non prius quam hodie enuntietur." Insegnamenti di Paolo VI. XI, 1973, Tipografia Poliglotta Vaticana, p. 198–199.
[51] Per esempio il 22 novembre 1973 quando Paolo VI ricevette una delegazione della Chiesa Romena Unita che funzionava in esilio, il papa s'indirizza loro con le seguenti parole: "Voi quali membri di rito greco-cattolico della Chiesa di Romania." Insegnamenti di Paolo VI, XI, 1973, Tipografia Poliglotta Vaticana, p. 1015–1016.
[52] "Paul VI a fait un usage constant de la notion de communion et s'agissant d'oecuménisme, de celle de "communion imparfaite", plus ou moins imparfaite, éventuellement presque complète, s'il s'agit de l'Église orthodoxe.... Cette communion imparfaite existe avec des hommes et des groupes ou Églises qui ont leur vie et leur histoire propres. Il faut reconnaître le positif chrétien et les valeurs religieuses propres des autres". Yves Congar, L'oecumenisme de Paul VI, p. 810, 814.
[53] "Le rôle que se sont assigné les Orientaux catholiques à Vatican II était donc: d'oeuvrer à l'aggiornamento de l'Église catholique par le témoignage de leur vie ecclésiale et liturgique et de leus théologie à base patristique; - de travailler au rapprochement avec les Églises Orientales orthodoxes, veillant à ne pas élargir le fossé qui sépare les deux mondes chrétiens; - de faire reconnaître par le Concile leur place spéciale dans la communion catholique et leur statut autonome, image de ce que doivent être les relations entre l'Orient et Église de Rome en cas de la reprise totale de la communion entre eux". Ignace Dick, Vatican II et les Églises orientales catholiques, p. 615–616.